ARGONAUTI

Al Teatro Parioli: Argonauti – Giasone e Medea

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Nell’ambito della rassegna Parioli In Danza, lunedì 9 e martedì 10 novembre va in scena al Teatro Parioli Peppino De Filippo ARGONAUTI – Giasone e Medea, uno spettacolo di danza teatro che vede interpreti Carlotta Bruni, Valeria Busdraghi, Stefano Fardelli, Rosa Merlino, con la partecipazione dell’attrice Cinzia Maccagnano.

Tema dello spettacolo, ridotto drammaturgicamente da  testi di Apollonio Rodio ed Euripide, sono le avventure e le continue peripezie degli Argonauti che, coinvolti in situazioni imprevedibili e proiettati in mondi sconosciuti a contatto con civiltà ignote dalle idee spesso diverse, se non opposte, alle loro, accettano di mettere in campo le proprie certezze e di confrontarle con quelle degli altri uomini, dando prova della loro spregiudicata intelligenza. Una prova – secondo il regista, coreografo (ed anche curatore dell’intera rassegna di danza) Aurelio Gatti, alla quale sono chiamati, ancora oggi, tutti quei navigatori che decidono di uscire dalla rotta stabilita, dalla convenienza e dalle consuetudini per rischiare di sballare, buttare a mare, le proprie convinzioni ormai ben ancorate nel calmo golfo dell’inamovibile buonsenso.

In realtà il loro è un viaggio onirico, visionario, tramite il quale raggiungeranno il fondo della loro anima, quel luogo remoto e inviolato dove appare la luce della coscienza, della consapevolezza. Un viaggio di iniziazione per danza, teatro e musica, scritto a sei mani da Maurizio Donadoni, Aurelio Gatti e Cinzia Maccagnano e realizzato da MDA produzioni Danza. I conquistatori del mitico vello d’oro L’impresa degli Argonauti è una delle più affascinanti del mito greco. Il tema del viaggio sulla nave Argo e dell’avventura in tanti luoghi misteriosi si intreccia con quello della storia d’amore tra Giasone e Medea: dei ed eroi, ma anche una fanciulla dotata di straordinari poteri magici, agiscono su uno sfondo remoto e selvaggio, tra insidie mortali, mostri e prodigi. Pelia ha ingiustamente sottratto il trono di Iolco, in Tessaglia, al fratellastro Esone.

Quando il figlio di quest’ultimo, Giasone, chiede che il regno gli venga restituito, Pelia pone come condizione che egli riporti in Tessaglia il vello d’oro del montone sul quale un giorno due giovani, Frisso ed Elle, erano volati via per scampare al padre Atamante che voleva sacrificarli: Elle era caduta nel tratto di mare che da lei prese il nome di Ellesponto (in greco “mare di Elle”); Frisso era invece giunto sulla costa orientale del Mar Nero, nella Colchide, l’attuale Georgia; lì il montone era stato sacrificato e il suo vello consacrato nel bosco del dio Ares, ben sorvegliato da un mostruoso serpente sempre vigile. Pur consapevole dei rischi, Giasone accetta.

Per la difficile missione gli eroi più valorosi si imbarcano sulla nave Argo (da qui l’appellativo dato ai membri della spedizione: Argonauti, infatti, in greco vuol dire “i navigatori della Argo”), costruita con l’aiuto della dea Atena: tra gli altri,Ercole, Orfeo, Castore e Polluce. Il viaggio è pieno di pericoli. Gli eroi indugiano a lungo a Lemno, ove le donne, che avevano sterminato i loro mariti, li trattengono con le armi della seduzione; si scontrano per un tragico errore con i Dolioni, che pure li avevano accolti ospitalmente; perdono Ercole, che rimane in Misia in cerca del suo giovane servo Ila, rapito dalle Ninfe; approdano nella terra dei Bebrici, ove Polluce in una gara di pugilato sconfigge e uccide Amico, violento re del luogo; incontrano l’indovino Fineo e lo liberano dal tormento delle Arpie, ricevendone in cambio importanti consigli sulla prosecuzione del viaggio. Primi tra gli uomini riescono a passare indenni, con l’aiuto divino, lo stretto delle Simplegadi, rocce mobili cozzanti l’una contro l’altra (l’odierno Bosforo); sfuggono con un astuto espediente all’insidia degli uccelli dell’isola di Ares, che usano le loro penne come frecce, e giungono infine in Colchide presso il re Eeta.Eeta non respinge formalmente la richiesta di Giasone di riavere il vello d’oro, ma gli impone una prova di valore, certo che in essa l’eroe troverà la morte: aggiogare due possenti tori dagli zoccoli di bronzo e spiranti fiamme dalle narici, arare il duro campo di Ares, seminarvi i denti di un drago e uccidere i guerrieri che, all’istante, germineranno dalla terra. Giasone è sgomento; ma in suo aiuto interviene la figlia del re, Medea, che, innamoratasi del giovane eroe, lo fortifica con le potenti arti magiche di cui è esperta, consentendogli così di superare la prova. Con un filtro la fanciulla addormenta poi il serpente posto a guardia del vello d’oro, e Giasone può facilmente conquistarlo. Inizia la fuga, lunga ed estenuante, con i Colchi che inseguono e con Medea che, una volta raggiunta, non esita a farsi complice di Giasone nell’uccisione del proprio fratello Apsirto.

La nave Argo attraversa il Ponto Eusino (il Mar Nero), risale la corrente dell’Istro (il Danubio), si immette nell’Adriatico, poi attraverso l’Eridano (il Po) e il Rodano giunge nel mare Ausonio (Tirreno). Dopo una sosta al promontorio abitato dalla maga Circe, dove Giasone e Medea vengono purificati dell’uccisione di Apsirto, gli Argonauti toccano l’isola delle Sirene, passano tra Scilla e Cariddi e approdano all’isola dei Feaci, ove sono raggiunti nuovamente dai Colchi; ma il re Alcinoo li respinge dopo aver unito Giasone e Medea in matrimonio. Sbattuti sulle coste della Libia da una tempesta, gli Argonauti sono costretti a portare la nave sulle spalle attraverso il deserto. Riprendono il mare e giungono a Creta, dove Medea con la sua magia sventa la minaccia del gigante di bronzo Talos. Infine, dopo altre tappe, la nave fa ritorno in Tessaglia.

Autore: Giovanni Cardone

Saggista, storico dell’arte e critico d’arte, docente di Storia dell’Arte Moderna e Contemporanea presso istituzioni universitarie e di alta formazione.

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