Un thriller da portare in scena per il sempre apprezzato Giorgio Lupano, “A Steady Rain”, al fianco del collega Gianluca Gobbi.
L’attore Giorgio Lupano, da tempo più che impegnato nell’amatissimo teatro, ci parla del prossimo spettacolo, un noir che condive con il collega Gianluca Gobbi, “A Steady Rain”, in scena dal 15 gennaio al Teatro Manzoni di Roma.

Ben ritrovato sul quotidiano “La Gazzetta dello Spettacolo“, Giorgio Lupano. Da questo 15 gennaio, fino al 1 febbraio, sarai in scena al Teatro Manzoni di Roma con “A Steady Rain”, ad opera di Keith Huff, per una prima nazionale molto attesa. Cosa puoi dirci a riguardo?
«Prima dall’anteprima al Manzoni, saremo a Velletri, l’11, con una piccolissima anteprima. Parliamo di una dramma americano che ha una ventina d’anni, realizzato da Keith Huff, creatore di molte serie di successo. La storia ci parla di due poliziotti che, sotto una pioggia battente, affrontano casi di una peggiore umanità, nella notte di Chicago. Un noir, un thriller dell’animo, e un rapporto tra colleghi da raccontare, una resa dei conti da affrontare…».
Un testo, “A Steady Rain”, che negli Stati Uniti ha ottenuto un successo enorme…
«Negli Stati Uniti è stato addirittura interpretato da Hugh Jackman e Daniel Craig e, ti dirò di più, questo testo è stato anche da ispirazione per la serie True Detective. Speriamo, a nostro modo, di far conoscere questo noir anche al pubblico italiano. Non si ride, non è la commedia delle feste, ma siamo certi che possa regalare tanto».
L’ultima volta che ci siamo sentiti eri completamente solo, in scena. Come vivi questa nuova avventura e la compagnia, sulla scena, del collega Gobbi?
«Conosco Gianluca da quando non era ancora impegnato in questo mestiere. Al nostro primo incontro, durante uno dei primi spettacoli a cui presi parte, Re Lear, era soltanto un ragazzino che girava per i teatri, figlio di una sarta. In questo periodo abbiamo lavorato allegramente ai nostri personaggi, alle loro differenze, all’essere estroverso del primo e all’asocialità del mio, di personaggio. Portiamo in scena anche le differenze che esistono tra noi, e per preparazione e per fisicità».
Quali consensi vi aspettate da parte del pubblico?
«Il testo è molto violento. Ne abbiamo alleggerito, come possibile e insieme al regista Ferdinando Ceriani, il linguaggio, lo slang americano tipico del prodotto, perché troppo volgare. Conserviamo la crudezza del testo, senza grosse risate, ma con tanta commozione al suo interno. Vediamo se ci riusciamo a far venire fuori, da una storia cruda, l’animo di una persona.
Quali aspettative per questo nuovo anno?
«Quando ho lasciato Il Paradiso delle Signore, nel 2020, ho ripreso a lavorare a tempo pieno in teatro, con un aumento sempre più ricco di consensi, di progetti. Ho preso parte a Molière, ad una commedia con il collega Gabriele Pignotta, ad Oscar Wilde, felice che il teatro funzioni e che mi vengano proposti progetti sempre diversi. Mi aspetto, quindi, che per il futuro ci siano sempre più riconoscimenti per noi lavoratori dello spettacolo, con più attenzione, tornando ad essere una forte realtà non solo artistica ma anche redditizia, per tutti noi».
Senti la mancanza della televisione, di progetti legati a quel particolare ‘ambito’?
«Ne sento la mancanza, certo, e avrei piacere di tornare sul set! Vivrò un anno molto pieno, con delle riprese legate ad alcuni spettacoli già realizzati. Mi viene difficile prendere dei periodi liberi, dire di no alla scena ma, come è accaduto in passato, mi auguro che per il 2026 ci sia modo di incastrare altro…».
Come vivi il rapporto con il pubblico, con chi è lì pronto ad accoglierti in sala e quali rituali ti accompagnano?
«Ho un rituale molto particolare che mi è stato impartito da un’attrice, Andrea Jonasson, compagna di Giorgio Strehler. Prima di entrare in scena era solita bussare sullo stipite della porta. Stupito da quel gesto, le chiesi il perchè. In risposta mi disse: “chiedo al teatro il permesso di entrare”. Mi colpì così tanto da farlo mio, anche perché mi piace l’idea di chiedere il permesso di entrare in scena. Qualcosa di dovuto verso il pubblico, pronto a pagare un biglietto per noi, felice di farlo».
Giorgio, cosa resta ancora da realizzare, tra nuovi ruoli, registi da cui poter essere diretto e tanto altro?
«I registi si scoprono di volta in volta. Sono stato piacevolmente colpito, negli ultimi tempi, proprio da Ceriani, incontrato per lo spettacolo, La vita al contrario. Mi piace l’idea di scoprirne, per puro caso, sempre di nuovi. In quanto al ‘mancare’, posso dirti che manca tanta roba e, purtroppo, non c’è il tempo per farla tutta. Mi piacerebbe fare un musical, ma sono stonatissimo (ride), oppure qualcosa alla Chorus Line, un ruolo che possa incantare il pubblico, portandomi ad invecchiare sul palcoscenico».
Altri progetti futuri di cui poterci parlare?
«Finite le repliche di “A Steady Rain”, riprenderò la commedia con Pignotta e la Morales, Contrazioni pericolose, toccando diverse città, per due mesi, per poi riprenderlo nel 2027. Ci sarà anche la ripresa de L’importanza di chiamarsi Ernesto, questo autunno, per poi ridare nuovamente luce proprio all’attuale, A Steady Rain. Per ora c’è tanto e poi, chissà, mi aspetto qualche sorpresa…».
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