“What Woman… No Want” a Napoli il 31 gennaio 2026. Giorgio Gori e Giulia Tomacelli in uno show ironico sull’universo femminile.
Appuntamento imperdibile per l’inizio del nuovo anno. Il 31 gennaio 2026, Napoli ospiterà lo spettacolo “What Woman… No Want”, un’opera scritta, diretta e interpretata dall’attore e regista napoletano Giorgio Gori.
Accompagnato in scena dalla talentuosa ballerina e attrice Giulia Tomacelli, Gori propone una riflessione acuta e dissacrante sul complesso rapporto tra l’uomo moderno e l’universo femminile, muovendosi tra cabaret, danza e introspezione.
Un viaggio comico tra paure e parodie
Lo spettacolo nasce come una parodia dichiarata del celebre film What Women Want con Mel Gibson, ma ribalta la prospettiva. Se nel film il protagonista acquisiva il dono di leggere nel pensiero delle donne, Giorgio Gori sceglie di esplorare l’altra faccia della medaglia: ciò che le donne proprio non sopportano.
Attraverso un susseguirsi di sketch teatrali, poesie e monologhi, l’attore ripercorre la propria vita: dalle paure infantili ai primi approcci goffi, fino al raggiungimento di una maturità sentimentale. Come dichiarato dallo stesso artista in recenti interviste: «Noi uomini lo sappiamo cosa vogliono le donne o facciamo solo quello che le donne non vogliono?». Questa domanda centrale trasforma la platea in una parte attiva della narrazione, abbattendo la “quarta parete” per interrogare direttamente il pubblico.
Il ruolo di Giulia Tomacelli e la “Comedy” napoletana
La presenza di Giulia Tomacelli non è solo coreografica. In veste di attrice e danzatrice, la Tomacelli funge da bussola per il protagonista, aiutandolo a decodificare i segnali spesso contraddittori del mondo femminile. La commistione tra la fisicità della danza e la forza dei testi crea un ritmo serrato di due ore, dove il divertimento lascia spazio a momenti di sano romanticismo e critica sociale verso il “maschio moderno”.
Intervista a Giorgio Gori
Il titolo richiama esplicitamente il film con Mel Gibson, ma ribalta la prospettiva. Qual è il “potere” che il maschio moderno crede di avere e quale, invece, scopre di possedere davvero durante il tuo monologo?
«Ho voluto fortemente “giocare” con il titolo del famoso film, proprio per ricalcare la scia del film. “Sapere quello che le donne vogliono”. L’uomo è così sicuro di sé di sapere la verità, e di sapere cosa vuole una donna al punto da poter comandare e gestire il “gioco di coppia” ma in realtà si scoprirà, attraverso aneddoti, poesie e monologhi che l’uomo crede di sapere una donna ma la domanda vera da porre è “sa cosa non vogliono le donne?”. E’ una apertura mentale e filosofica che il personaggio(io) farà con il pubblico per scoprire, più che sapere cosa vogliono le donne, scoprire cosa in realtà non vogliono. Sarà lì la chiave che aprirà la mente al protagonista. Infatti lo spettacolo inizierà con una seduta psicologica. Il protagonista si interroga e cerca di arrivare alla verità per conquistare la sua donna amata».
Si parla di un rapporto “negativo” con le donne descritto senza freni. In che modo l’autocritica e il racconto delle tue paure infantili aiutano il pubblico maschile a immedesimarsi senza sentirsi sotto accusa?
«Si parte dalla paura di rimanere soli. La paura di non saper amare. Il protagonista racconta aneddoti, ovviamente in chiave comica e monologhi, partendo da un rapporto negativo. L’errore che fa è cercare di far di tutto per piacere ad una donna, ma in realtà scoprirà che il segreto è amare e sapere cosa non vuole una donna. Credo che sia importante per il pubblico maschile, perché avrà modo di immedesimarsi nella storia del protagonista, si parla di palestre, diete, assecondare le passioni anche se non si condividono (stare chiusi in un teatro a subire 5 ore di danza classica perché lei ama lo Schiaccianoci). Il pubblico maschile non dovrà sentirsi sotto accusa, ma attraverso il protagonista, avrà modo di dire “è vero anche io sono così”. E’ una sorta di terapia di gruppo dove ognuno può mettere a confronto la propria storia con quella raccontata su un palco, infatti viene volutamente buttata giu la quarta parete».

Attraverso sketch e poesie, offri uno sguardo critico sull’uomo di oggi. Quali sono i cliché più resistenti che hai voluto scardinare in queste due ore di spettacolo?
«Parto dai clichè più usati, trovando spunti dai sketch teatrali oppure dalla poesia. Non invento nulla di nuovo se non già scritto, a questo unisco i monologhi in cui racconto vita vissuta o “sentito dire”. La critica parte dal momento in cui inizio a raccontare queste storie. E’ una critica che faccio anche a me stesso, per il comportamento che si mette in atto in determinate situazioni. Nel criticare il “rapporto uomo donna” critico la società in generale. La corsa spasmodica alla ricerca della felicità. Non credo di buttare giu alcuni clichè, semmai li metto in “piazza”. Attraverso i monologhi do uno sguardo critico all’uomo e alla donna di oggi».
La domanda “Cosa vogliono le donne?” viene girata direttamente alla platea. Senza svelare il finale, che tipo di reazioni hai notato finora? Gli uomini si sentono più smarriti o più consapevoli dei propri errori?
«Il finale dello spettacolo, capovolge tutto. Si entra in una dimensione più seria e riflessiva. Il protagonista capisce cosa non vogliono le donne. Lo spettacolo cambia totalmente registro e la platea rimane colpita. Le reazioni che ho notato durante le repliche sono tante. Mi ha colpito una donna, in prima fila, a Roma. Pianse! Quel pianto mi fece capire di come l’argomento non è un argomento chiuso o definito ma c’è ancora tanto su cui lavorare. Auguro a gli uomini che verranno a vederci a Napoli di uscire dal teatro con più consapevolezza che non bisogna avere la presunzione di sapere cosa vuole una donna!».
Hai scelto di alternare prosa, danza e poesia. Perché questo mix espressivo è, secondo te, il più efficace per raccontare la complessità (e il romanticismo) di una relazione nel 2024/2025?
«Assolutamente si. Sono un amante del teatro e non uno scrittore o giornalista, per cui la mia forma espressiva è il palcoscenico e tutto ciò che è arte visiva. La danza è corpo, crea una immagine visiva del racconto. La poesia è romantica e il teatro è il mix perfetto per unire satira, romanticismo ed esprimere un pensiero profondo».
Intervista a Giulia Tomacelli
In questo spettacolo non sei solo una ballerina, ma una figura che aiuta Giorgio a decodificare l’universo femminile. In che modo il movimento del corpo riesce a comunicare ciò che le parole spesso non dicono nel rapporto di coppia?
«Il corpo è il primo strumento di comunicazione che abbiamo. A volte un semplice modo di stare seduti, incrociare le braccia oppure stare seduti in un certo modo, può significare molto di più di un semplice starsene in silenzio. La cosa difficile sta nell’altra persona di capire cosa significhi. Anche se credo che in una coppia il bello sia proprio questo: capirsi anche in silenzio, semplicemente guardandosi».

Il tuo personaggio appare come l’elemento risolutore per i dubbi del protagonista. Rappresenti una donna ideale o sei la voce della realtà che riporta Giorgio con i piedi per terra?
«Più che la donna ideale sono diversi tipi di donna ognuna con il proprio carattere, che hanno in comune il fatto di mettere “in croce” il povero Giorgio. Ogni donna è diversa e ogni relazione lo è».
Com’è stato costruire l’alchimia tra la satira tagliente di Giorgio e la tua presenza scenica? Qual è, dal tuo punto di vista, il momento dello spettacolo che meglio riassume ciò che le donne “veramente non vogliono”?
«Conosco Giorgio da tantissimi anni e mi ha aiutata in tutto il percorso e nel gestire i personaggi con una professionalità unica. Credo che il monologo finale esprima al meglio ciò che le donne non vogliono, che è purtroppo lo specchio della società in cui viviamo. Nella coreografia finale spero di arrivare al 100% al pubblico e trasmettere ciò che penso, appunto, attraverso il corpo».
La Gazzetta dello Spettacolo Il quotidiano dello ShowBiz

