Incontro con le ideatrici di PAV, acronimo di Per Antiche Vie, fondata nel 2000 da Claudia Di Giacomo e Roberta Scaglione.
Amanti del teatro nella loro piena interezza, si raccontano Claudia Di Giacomo e Roberta Scaglione e proprio questo dicembre PAV compie ben venticinque anni. Un racconto, quello che andremo a conoscere, fatto di reali visioni, sfide e forti gesti legati ad una costante cura e amore per il teatro…
Benvenute su La Gazzetta dello Spettacolo, Claudia Di Giacomo e Roberta Scaglione. Parlateci di PAV, della sua realtà, di come vivere il teatro, nella sua interezza, di cosa sono stati questi primi venticinque anni?
«Per noi PAV è, prima di tutto, un modo di stare nel teatro, la capacità di ascoltare, connettere, restituire. In questi venticinque anni abbiamo cercato di costruire una ‘casa per le idee’, in cui produzione, formazione, ricerca e consulenza non siano compartimenti stagni, ma parti di un unico ecosistema che vive dei processi e delle persone con cui lavoriamo. Siamo nate professionalmente nella scena romana, ci siamo formate in Storia del Teatro alla Sapienza e abbiamo iniziato a lavorare insieme grazie al progetto “Per Antiche Vie” per il Teatro di Roma: da lì viene anche il nome PAV. Da subito abbiamo capito che la sfida non era solo artistica, ma organizzativa: dare una forma sostenibile al lavoro creativo senza tradirne la libertà. In questi venticinque anni il sistema dello spettacolo dal vivo è cambiato moltissimo – dalla dimensione locale alle reti europee, dalle crisi delle istituzioni pubbliche alle nuove forme di impresa culturale, fino alle sfide del digitale e dell’intelligenza artificiale. Noi abbiamo cercato di attraversare tutto questo rimanendo fedeli a un’idea semplice: lavorare dentro i processi artistici, non ai loro margini, con una cura costante per gli artisti, le comunità e i territori con cui entriamo in relazione».
Parliamo di qualcosa che riguarda soltanto le donne, una vera e propria impresa al femminile. Cosa dire a riguardo?
«Quando abbiamo iniziato, all’inizio degli anni Duemila, un’impresa culturale interamente al
femminile non era così scontata. Non abbiamo mai vissuto PAV come uno ‘slogan’ di genere, ma è evidente che il fatto di essere donne ha influenzato il nostro modo di lavorare: più orientato alla cura delle relazioni, alla negoziazione, all’ascolto e alla condivisione delle responsabilità. Per noi ‘impresa al femminile’ significa anche questo: trasformare la gestione in un gesto creativo, la progettazione in un atto di relazione. Vuol dire costruire un luogo in cui altre donne, e non solo, possano trovare strumenti, tutele, possibilità di crescita. Una parte importante del nostro team arriva proprio dai percorsi di formazione che abbiamo attivato in questi anni: è un modo concreto di lavorare sul passaggio generazionale, perché quello che abbiamo ricevuto dai nostri maestri possa proseguire in altre biografie».
Come tutelare chi lavora dietro le quinte, in quali modi?
«Uno dei fronti a cui teniamo di più è proprio la tutela dei mestieri ‘invisibili’ della scena. Il sistema teatrale tende a riconoscere soprattutto ciò che accade in palcoscenico, mentre dietro ci sono registe/i, scenografe/i, costumiste/i, light e sound designer, dramaturg, team tecnici che costruiscono la visione degli spettacoli. Con PAV abbiamo sviluppato nel tempo una competenza specifica nella rappresentanza dei team creativi, offrendo consulenza, negoziazione e contrattualistica a decine di professioniste e professionisti. Tutelare significa, molto concretamente, lavorare sui contratti, sulle condizioni di lavoro, sui diritti d’autore, sulla visibilità del loro contributo nei materiali di comunicazione. Ma significa anche creare contesti in cui questi ruoli siano riconosciuti nei percorsi formativi e nelle politiche culturali, perché la qualità di uno spettacolo dipende anche da chi resta nell’ombra. In questo senso l’attività di agenzia è diventata una parte importante del nostro core business: è la prosecuzione naturale del nostro sguardo politico sul fare teatro come gesto collettivo».
Come guardare al futuro?
«Festeggiare i venticinque anni con il Premio Innesco è già una dichiarazione di intenti: usare l’anniversario per aprire un ponte tra formazione e professione, rivolto a studentesse, studenti e giovani under 35 che vogliono lavorare nei mestieri dello spettacolo dal vivo e nella progettazione culturale europea. È un modo per restituire ciò che abbiamo imparato: ogni generazione ha bisogno di una miccia, di un innesco, per mettere a fuoco il proprio modo di fare e concepire il teatro. Guardare avanti, per noi, significa abitare la complessità del presente: le trasformazioni tecnologiche, il rapporto con le istituzioni, la centralità dei finanziamenti pubblici, la necessità di un dialogo più intenso con le politiche culturali. Significa continuare a tenere insieme scena indipendente e grandi istituzioni, locale e internazionale, senza perdere la nostra matrice originaria: curiosità, prossimità, responsabilità. Se PAV ha un futuro, è in questa tensione: restare dentro i processi artistici, insieme alle nuove generazioni che li immagineranno».
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