Gianni De Feo in scena con “Grido d’amore Edith Piaf”

Gianni De Feo. Foto di Manuela Giusto

Gianni De Feo in scena con “Grido d’amore Edith Piaf”

Gianni De Feo in uno spettacolo a Villa Lazzaroni di Roma dal 9 all’11 maggio 2025: ecco “Grido d’amore Edith Piaf”.

Gianni De Feo sarà in scena con “Grido d’amore Edith Piaf”, al Teatro di Villa Lazzaroni di Roma. Un testo voluto, desidero, impegnato…

Benvenuto su La Gazzetta dello Spettacolo, Gianni De Feo. Dal 9 all’11 maggio sarai in scena al Teatro di Villa Lazzaroni nello spettacolo, “Grido d’amore Edith Piaf”, quali anticipazioni a riguardo?
Questo spettacolo, ormai maggiorenne, mi accompagna fedelmente da più di diciotto anni. Nasce, infatti, nel 2006 in prima nazionale al teatro Belli di Roma e poi in tournée tra Napoli, Milano, due volte a Genova, Imperia, Firenze, al Gobetti di Torino nella programmazione dello Stabile e poi in Svizzera. Riproposto a Roma a più riprese, tra intervalli di tempo più o meno lunghi fino all’ultima replica ai Giardini della Filarmonica nel 2019, lo spettacolo nasce in tempi non sospetti quando della storia di Edith Piaf si conosceva ben poco. Almeno qui da noi. Non era ancora uscito il film con Marion Cotillard e non mi pare che la sua figura fosse stata prima di allora tanto celebrata nei nostri teatri così come, invece, negli ultimi tempi, è stata fonte di ispirazione per diverse interpreti femminili che si sono ‘identificate’ nella sua voce. Nel mio caso, attraverso un lungo e appassionato studio della canzone francese, prima ancora che del Kabarett berlinese, imbattermi in questo personaggio è stato quasi inevitabile. Avevo già assistito, molti anni fa, nel teatro di Peter Brook, Les Bouffes du Nord di Parigi (all’epoca vivevo e studiavo, tra l’altro, canto e mimo in quella città) alla rappresentazione di un giovane attore capace di evocare con la sola voce e la misura dei gesti e il solo accompagnamento della fisarmonica, il complesso e affascinante mondo di Edith Piaf. Un interprete maschile che non scimmiottava la femme. Ecco, allo stesso modo Grido d’Amore non vuole essere un tributo, un osanna, un’imitazione, una riverenza o il semplice racconto di una storia tormentata e inquieta di un mito del passato, seppure tanto affascinante quanto seduttiva. Vestendo i panni di un anonimo clochard, un vagabondo poeta di strada, un artista che grida il suo silenzio tra la distrazione della folla, questo spettacolo è una dedica a tutti quegli artisti che non hanno conosciuto gloria, ma possono essere riscattati attraverso la voce di chi ha potuto invece lasciare un’impronta indelebile durante il proprio passaggio terreno. Passionale e allo stesso tempo mistico, come la stessa Piaf che amava i clochards, le prostitute, la gente di strada perché lei dalla strada veniva, ma con uno sguardo proteso verso il Mistero dell’Ignoto. Ma perché riportare ancora in scena lo stesso spettacolo dopo tanti anni? Semplicemente perché mi piace pensare che ogni artista, pur attraverso la molteplicità delle diverse e disparate esperienze necessarie e inevitabili, dovrebbe poter proseguire il proprio cammino creativo negli anni portando con sé un fuoco, un fulcro centrale, un elemento simile a quell’amuleto che porti in tasca o appeso al collo e che ti riporta alla fonte, all’origine di qualcosa. Questo rappresenta oggi per me Grido d’Amore. Ed è per questo che posso ancora proporlo a distanza di tanti anni senza sentirlo invecchiato.

Cosa ti ricordano, di volta in volta, le tavole del palcoscenico, quali sensazioni a riguardo?
Non vorrei rischiare il pericolo di scivolare nel patetico, ma posso dire che le tavole del palcoscenico non evocano in me alcun ricordo. Semplicemente mi ci sento a casa, nel mio mondo, nel mio ancestrale, con tutte le paure, le ansie, le insicurezze e le conquiste. È uno spazio di libertà dove poter essere se stessi in una dimensione di Verità, nonostante l’ingombro della maschera dei personaggi con i quali bisogna fare i conti ogni volta. Qualcuno scriveva che un vero attore tanto recita nella vita quanto è vero su un palcoscenico. È proprio così.

Chi è oggi Gianni De Feo e quali consapevolezze hai acquisito con il passare del tempo?
La consapevolezza che c’è sempre tanto da imparare e che le esperienze non fanno altro che sorprenderci. Si cresce in continuazione, di volta in volta, soprattutto attraverso gli errori e le cadute. Col tempo impariamo ad alzarci con più disinvoltura e a parare i colpi con maggiore distacco. Servirà pure a qualcosa la caducità delle cose? E allora, non ci rimane che continuare a sorprenderci come bambini che giocano al girotondo.

Quali consigli rivolgere ai giovani, a chi vorrebbe intraprendere un percorso attoriale?
Le generazioni cambiano, come cambiano i tempi. Ho la fortuna di svolgere spesso qualche attività didattica, parallelamente ai miei impegni di spettacoli. Sono laboratori teatrali durante i quali mi confronto con i giovani e devo dire che ogni volta nasce un interessante scambio reciproco. Molto ricevo io da loro e molto imparo. Non ci sono regole. Chi vuole intraprendere questo mestiere deve essere una spugna, curioso, empatico, ricettivo, deve saper “rubare” guardando gli altri, deve essere appassionato, energico, libero da pregiudizi, capace di progettare sogni con pazienza e dedizione. Ma, al contempo, deve studiare e partecipare. Lo so, difficile in una realtà che consuma tutto brevemente imprigionandoci in una corsa verso mete sempre più confuse. Ma per chi ci crede, direi che in fondo ne vale la pena.

Progetti futuri di cui poter parlare?
Questa che sta per concludersi è stata una stagione molto ricca: quattro spettacoli nuovi e due riprese nel giro di sei mesi. Ho appena terminato le repliche all’Off/Off Theatre di un testo dove interpretavo la regina Elizabeth I Tudor e prima ancora il pittore dell’astrattismo americano Jackson Pollock. Riprenderò questi due spettacoli nella prossima stagione. A luglio saremo alle Ville Vesuviane di Napoli con “La Rosa non ci ama”, un testo di Roberto Russo già andato in scena a Roma dove sarò Carlo Gesualdo principe di Venosa e, sempre in estiva, a Genova con uno spettacolo musicale sulla figura di Sergio Endrigo “Canzoni in forma di nuvole” di Ennio Speranza, lo stesso autore di “Grido d’Amore”. In cantiere, un testo sulla figura di Pier Paolo Pasolini con musica e canzoni

Su Alessia Giallonardo

Nasco a Benevento, nel 1986. testarda a più non posso, perché Toro. Amo la fotografia sin da quando ero piccola e devo questa passione a mio padre. Stesso discorso per la scrittura, per ogni singola sfumatura di un racconto, di un vissuto, di uno storico incontro.

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