Harvest Project: Mauro Aimetti fa rivivere i successi di Neil Young

Mauro Aimetti, cantante e bassista noto ai patiti di prog rock per la sua band EL&P Project, che da anni e con successo propone magistralmente dal vivo in tutto il mondo la musica immortale del favoloso trio inglese, ha deciso di accettare una nuova sfida con se stesso. Ripresentare al suo pubblico, attraverso Harvest Project, la leggendaria musica di quello che forse è il disco più celebre del grande Neil Young: Harvest. Forte della sua somiglianza fisica con il famoso cantautore canadese, Mauro, non si esibirà soltanto nel repertorio di Young senza la più piccola sbavatura, ma regalerà anche un pizzico di emozione ai fans perchè lui nel buio della sala e sotto le luci dei riflettori sarà quasi Neil Young…

Mauro Aimetti. Foto di Filippo Maria Zonta
Mauro Aimetti. Foto di Filippo Maria Zonta

Benvenuto su La Gazzetta dello Spettacolo Mauro Aimetti. Da dove viene la tua passione per la musica di Neil Young?

Nasce molto tempo fa, quando avevo 15 anni o giù di lì. Grazie a mio fratello Pietro che ha sette anni più di me iniziai a strimpellare i primi rudimenti, accordi, i primi vagiti sulla mia prima chitarra acustica una Eko Ranger 6. La musica che ascoltava lui era quella giusta e quindi crescevo e assorbivo come una spugna tutte le sue influenze musicali. In casa passava molta musica di qualità, oltre ovviamente ai vari dischi di prog da Concerto Grosso dei New Trolls a Canto di Primavera del Banco, dai cantautori impegnati come Edoardo Bennato, Francesco Guccini, Claudio Rocchi al Prog inglese degli ELP, Renassaince, Genesis, Yes, Gente Giant…and the list goes on! Dalle mie parti si ascoltava anche dei brani di Neil Young da solo oppure con il suo supergruppo dei CSNY (Crosby, Stills, Nash & Young) Sicuramente i due dischi più gettonati furono Déjà vu e 4 Way Street.

Qual è l’obiettivo che ti proponi con Harvest Project?

Partiamo da lontano: questo era un progetto che ho tenuto per molti anni nel cassetto. Pensa che fin dal 1985 circa, molta gente mi fermava per la strada e mi chiedeva se poteva farsi una foto con me. Mi dicevano tutti che avevo una forte somiglianza con Neil Young. Mi ricordo diversi episodi in questo senso. Una volta un ragazzo mi fermò nel corso principale del centro storico e timidamente mi domandò se poteva farmi una foto di profilo dalla parte della basetta che più gli ricordava Neil. Mi disse che era tanto che mi aveva notato ma che non aveva mai trovato il coraggio di avvicinarsi.In un bar una volta un barman mi disse:“io ti conosco già come musicista, sai che assomigli tutto a Neil Young?”. Poi una volta mi trovavo con gli ELP Project ad un festival a Zocca che ospita 20.000 persone in due giorni. Stavamo aspettando di salire sul palco, e io ero fuori dai bagni chimici in fila. Esce fuori una ragazzo dal bagno, mi dà un’occhiata poi fa un salto indietro e si butta in ginocchio esclamando: “Cazzo, Neil Young!” Fino ad arrivare a Dicembre 2013. Stavo suonando in un cinema e tra il pubblico c’era anche Alberto Fortis. Quando ci presentano Alberto mi dice: “Tu sei il cugino, il fratello gemello di Neil Young”.Ultimamente la cosa si è ripetuta ancora in più occasioni e così a Settembre scorso, mi sono deciso una volta per tutte a mettere mano al progetto. Credo che la musica di Neil sia ad ampio respiro, e il suo modo di suonare la chitarra, soprattutto quella acustica, ma anche quella elettrica, sia rilassato, quasi svogliato, ma con un tiro pazzesco. Neil Young riesce a fare due cose contemporaneamente: tirare indietro sul timing della song, mentre con il suo stile percussivo di strumming della mano destra da un tiro micidiale in avanti alla ritmica.Quello che mi propongo è di far rivivere Neil in tutte le sue sfaccettature musicali e interiori, la profondità delle sue liriche. Lui è un poeta come Bob Dylan, un eterno sognatore, come lo sono anch’io. Voglio coinvolgere il pubblico e metterlo nella condizione di dire: “ma quello sul palco è davvero Neil Young?!)

Qual è il tuo album preferito di Neil Young e quale il tuo pezzo preferito del suo repertorio?

Beh, credo che sia facilmente deducibile dal nome del mio progetto: Harvest, ovviamente! Considero Harvest il Capolavoro, la pietra miliare del suo vastissimo repertorio discografico. Sicuramente il disco più creativo, personale, dove ha osato molto anche nella produzione e negli arrangiamenti, come nei due brani sinfonici registrati con la London Symphony Orchestra. Poi c’è un aneddoto che ci tengo a raccontare. A Marzo 2016 ebbi l’occasione di conoscere il più grande promoter che l’Italia abbia mai avuto: David Zard. Era domenica e lui si trovava a Milano.Mi diede appuntamento nella hall dell’ hotel dove alloggiava. Ci fu subito empatia tra me e Zard, sembrava che ci conoscessimo da sempre. Era una persona dal grande carisma, ma di una disponibilità e di un’umiltà che solo i grandi possiedono.Mi disse che il suo disco preferito era Harvest! E quando incontrava qualcuno che non conosceva quel disco, a lui veniva spontaneo di regalarglielo.

Il brano che amo di più del repertorio di Neil?

E’ una domanda da un bilione di dollari! Se proprio dovessi scegliere però credo che direi “The Needle And The Damage Done”. Quel pezzo è magnetico, mi fa venire la pelle d’oca tutte le volte che lo ascolto. Poi forse, inconsciamente, il testo che parla del problema dell’eroina, è una cosa che sento vicina visto che io ho affrontato in prima linea il dramma della droga, stando vicino ad un mio amico che si chiamava Pino e che passò direttamente dal fumare erba al bucarsi. All’epoca feci domanda per fare servizio civile, obiettore di coscienza e andai a offrire il miei servigi in un centro di tossico dipendenti nel quartiere più a rischio della mia città. “Ho visto l’ago portarsi via un altro uomo” canta Neil nel testo di quella stupenda, struggente ballad.

Tu sei diventato famoso con EL&P Project. Pensi che tra la musica di EL&P e quella di Neil Young ci siano degli elementi comuni?

Una domanda mica da ridere…Io direi che se noi non mettiamo etichette alla musica, tutto è possibile. Perché no? Ci sono diverse similitudini a livello musicale, e di emozioni che provo ascoltando ELP e Neil Young. Per esempio, la forza di ELP era il continuo contrapporsi (soprattutto nei primi anni 70) tra le cavalcate di Hammond e scariche di Moog con suite elettriche che duravano l’intera facciata di un vinile, con le ballad acustiche e sognanti di Greg Lake. Questa caratteristica la trovo anche nella musica di Neil Young, quando passa dai brani Rock eseguiti con il suo gruppo storico dei Crazy Horse, ai pezzi acustici dei suoi solo unplugged concert, oppure l’utilizzo dell’orchestra sinfonica come svolta per ampliare lo spettro delle sonorità e degli arrangiamenti musicali.

In questo periodo in cui suonare dal vivo è quasi impossibile tu che sei un musicista live per antonomasia che cosa stai facendo?

Da fare c’è molto e ogni giorno mi prefisso di impegnarmi in determinate cose, ma poi il tempo e le cose che si succedono nel corso della giornata smantellano le mie buone intenzioni. Sto studiando tutto il repertorio dello show di Neil Young, suono e mi registro in continuazione per migliorare, limare, levigare ogni singola nota di chitarra, armonica, voce. Poi come sai, sto continuando a lavorare sul mio libro che avrei dovuto scrivere a quattro mani con mia moglie Barbara, anche lei mi diceva sempre: “Dovresti fare anche Neil Young, canti bene!”.

Devo dire che questo secondo lockdown mi sta pesando più del primo, quello del Marzo scorso, ma non bisogna mollare, mai.

Come vedi il futuro della musica live vittima eccellente della pandemia?

Sicuramente, è dura, durissima, ma io sono un eterno positivo. Credo che ne usciremo fuori a testa alta come sempre. Sai, quando la signora di nero vestita entra dentro casa tua e ti porta via tua moglie, il tuo mondo, non hai più paura di nulla. Io non temo il virus, non l’ho mai temuto. L’unica cosa che ho sempre temuto è il distanziamento sociale. Noi siamo animali sociali, viviamo, studiamo, parliamo, ci esprimiamo in branco. Se questa pandemia dovesse durare ancora a lungo, allora rischieremmo di perdere il contatto con le persone, con gli affetti e come artisti,con il nostro pubblico. Io mi esprimo, respiro, mi nutro dell’osmosi che si crea tra il palco e la platea, questo continuo miracolo di scambio di energie che tiene in vita l’artista e che nutre il suo pubblico.Il mio lockdown dura ormai dal 2 Gennaio scorso. In quella data ho fatto il mio ultimo concerto, poi tutto quello che c’era programmato, non solo in Italia anche in Europa è stato cancellato. Eppure non mi sono mai lamentato in maniera esagerata, tanto lamentarsi eccessivamente non porta a nulla. Il Covid -19 ha messo in ginocchio tutto il settore dello spettacolo, ma per l’ennesima volta abbiamo perso l’opportunità di unirci come categoria per far si che la nostra voce fosse ascoltata da chi ci governa. Non abbiamo un sindacato che ci tuteli, non abbiamo nulla rispetto ai colleghi inglesi, americani, tedeschi. E pensare che siamo latini e abbiamo una grande musicalità. Se pensi che l’Italia in passato era la culla della cultura, che esportava musica in tutto il mondo sin dai tempi di Rossini.Come diceva il grande regista Mario Monicelli: “In questo paese deve esserci una rivoluzione, come è successo in Francia e in altre grandi nazioni”.

Beh, per me la rivoluzione si deve fare con le sette note. Possiamo non parlare tutti la stessa lingua, ma la musica è il linguaggio universale, da sempre la più grande forma di arte e di aggregazione umana. Forse per questo fanno tanto paura gli assembramenti…Ci vediamo sul palco presto…..Hey Hey, My My, Rock and Roll can never die!

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