Intervista incontro con Emanuele e Chiara per parlare del loro album, scritto a quattro mani titolato “Decalogo dell’amore”.
Un incontro in musica, nonché in amore, per Emanuele e Chiara (al secolo Emanuele Marchiori e Chiara Pomiato), un’occasione per parlare del loro primo album,“Decalogo dell’amore”.
Benvenuti su La Gazzetta dello Spettacolo, Emanuele e Chiara. Un primo album per voi, “Decalogo dell’amore”, scritto a quattro mani, per Devil’s Fork Records. Cosa dire a riguardo?
«Forse che “primo” è solo un aggettivo cronologico. Questo disco arriva dopo molti anni di musica, di palchi, di ascolti, di vita attraversata. È un album scritto a quattro mani, ma soprattutto con due teste che da tempo abitano la stessa geografia sonora. Non nasce per presentarsi, ma per sedimentare. E se dobbiamo dirlo in poche parole: è un disco che non chiede attenzione, chiede tempo. Se però vogliamo giocare davvero, ti rigiriamo la domanda: qual è la canzone che ti ha trattenuto un minuto in più? Perché Decalogo dell’Amore funziona così — come certi dischi di Paolo Conte o Capossela: non spiegano, ma resistono».
Cosa rappresenta per voi la parola amore e quanta gioia c’è nel poter realizzare qualcosa di vostro, di palpabile?
«L’amore, per noi, non è una parola luminosa ma una parola che regge. Non l’epica dell’inizio, piuttosto la grammatica del restare. La gioia non sta tanto nell’oggetto — il disco, il vinile, il digipack — ma nell’averlo costruito senza fretta, senza pose, senza dover dimostrare nulla. È una gioia quieta, adulta, forse poco rumorosa. Ma reale».
Come ha preso forma la passione per la musica?
«La musica non è mai stata una scelta, bensì una lingua madre. Emanuele suona da sempre: pianoforte prima, poi tutto il resto, con la voracità di chi non colleziona dischi ma li consuma. Dylan, Waits, Battiato, Conte, Capossela, Lauzi, Morricone — non come riferimenti, ma come alfabeti quotidiani. Ed è importante dirlo: quegli ascolti sono comuni a entrambi. Non ci siamo incontrati nonostante gusti simili, ma grazie a quelli. Io arrivo dagli stessi territori — blues, folk, canzone d’autore — e da lì abbiamo iniziato a parlarci. La musica, e Tom Waits in particolare, è stata davvero un collante. Emanuele dice spesso di dover tutto a sua madre, che lo ha messo davanti a un pianoforte prima ancora di sapere cosa farsene della vita».
Quali palchi vorreste calcare, quali sogni realizzare?
«Emanuele i palchi li ha attraversati a lungo, e anche lontano da casa: dai club storici degli Stati Uniti — Tootsie’s a Nashville, Visulite Theatre a Charlotte, Terra Blues e Café Wha? a New York — fino a festival europei come il Binic Folk & Blues Festival in Bretagna. Proprio per questo oggi non c’è fame di accumulo, né desiderio di visibilità a ogni costo. Ci interessano i luoghi dove si ascolta davvero. Se c’è un palco che avrebbe senso, è quello del Premio Tenco o del Premio Ciampi: non come traguardo, ma come appartenenza. Luoghi dove la canzone pesa ancora quanto una parola detta bene».
Progetti futuri di cui poter anticipare qualcosa?
«Diciamo che questo è il nostro disco di debutto e di ritiro dalle scene. Anche se non sarà così, ma come già detto, non abbiamo delle esigenze di mercato da rispettare, l’obiettivo era quello di fare uscire queste canzoni. C’è un album di canzoni per bambini che aspetta da dieci anni di uscire dal cassetto — ed è forse il progetto più serio che abbiamo. E poi c’è un altro disco che ci cammina accanto, in silenzio, con alcune canzoni già pronte. Un lavoro politico, surreale, da cantastorie. Non ideologico, ma umano: popolato da figure pubbliche raccontate attraverso le loro crepe. Maschere riconoscibili, mai nominate, che raccontano il potere nei suoi difetti più quotidiani: l’ambizione, l’autocompiacimento, la retorica, il vuoto. Non è un disco contro qualcuno, ma un disco che guarda. Con ironia, con disincanto, con quella tradizione italiana che usa la satira non per urlare, ma per svelare».
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