Intervista esclusiva alla pianista Veronique Vanhoucke sul progetto Sonora Imago in anteprima al Festival Nuovi Spazi Musicali.
La pianista internazionale Veronique Vanhoucke porta sul palcoscenico un’idea rivoluzionaria e sensoriale del concerto con il progetto multimediale Sonora Imago, in anteprima nazionale ad Ascoli Piceno per la storica rassegna Nuovi Spazi Musicali diretta da Ada Gentile, prima dell’approdo al Teatro Gerolamo di Milano. L’artista, nota nel panorama internazionale come piano rebel per la volontà di valicare i canoni canonici della tradizione classica, propone una performance visiva e sonora d’impatto che intreccia musica, drammaturgia visiva e presenza scenica.
Nel concept ideato da Francesco Leprino, l’esecutrice belga non si limita alla tastiera tradizionale, ma esplora direttamente la cassa armonica dello strumento, agendo tra le corde e trasformando il movimento fisico in parte integrante del percorso interpretativo. La ricerca trae ispirazione dalla videoarte di Bill Viola, facendo dell’uso dilatato del tempo e della percezione corporea il nucleo emotivo dell’esibizione.

L’intervista a Veronique Vanhoucke
Benvenuta Veronique Vanhoucke sul quotidiano “La Gazzetta dello Spettacolo”. Il rumore dei tacchi a spillo sul palco anticipa il silenzio e poi la musica: quanto c’è di provocazione e quanto di scelta drammaturgica in questo contrasto visivo e sonoro che apre le sue performance?
«Credo che esista una differenza sostanziale tra provocare e prendersi semplicemente la libertà di essere sé stessi. La mia presenza scenica non è un personaggio che creo nel momento in cui salgo sul palco. Sono sempre stata così, fin da bambina. Anche nella vita quotidiana porto i tacchi alti e amo vestirmi in modo elegante e femminile. Non è una provocazione intenzionale, ma una parte naturale della mia identità.
Allo stesso tempo, sono consapevole che ogni apparizione sul palcoscenico assume un significato visivo. Prima ancora che risuoni la prima nota, si instaura già una forma di comunicazione con il pubblico. Il rumore dei miei tacchi, seguito dal silenzio e poi dalla musica, può quindi acquisire una dimensione drammaturgica, senza essere necessariamente un effetto studiato in anticipo».
Nel progetto Sonora Imago lei non si limita a suonare la tastiera, ma lavora letteralmente all’interno del pianoforte sfiorandone le corde. Come cambia il suo rapporto fisico e percettivo con lo strumento quando ne attraversa la “cassa toracica”?
«Trovo molto suggestiva la metafora della cassa toracica. Quando le mie mani toccano le corde, ne percepisco le vibrazioni, la resistenza del materiale e la risonanza quasi con tutto il corpo. È come se non ascoltassi più soltanto la voce dello strumento, ma ne sentissi anche il respiro. Questo modo di suonare fa parte della mia pratica artistica, anche attraverso le opere di George Crumb e Henry Cowell. Se in Crumb queste tecniche possono assumere una forza timbrica intensa, ruvida e quasi esplosiva, come in Guernica, in Sonora Imago prevalgono invece la sottigliezza, la raffinatezza e la fragilità del suono. In Sonora Imago, poi, questo rapporto fisico acquista anche una dimensione visiva. I movimenti con cui produco i suoni diventano gesti percepibili dal pubblico. Suono e movimento non sono più elementi separati, ma espressioni diverse di uno stesso atto».
Il programma spazia da Bach e Scarlatti fino a George Crumb e Piazzolla, riletti attraverso la lente della contemporaneità e gli studi materiali di Roberta Vacca. Qual è il filo conduttore che tiene insieme anime musicali così distanti tra loro?
«La scelta dei brani e la costruzione drammaturgica nascono dalla visione artistica di Francesco Leprino. Ciò che mi affascina particolarmente del suo concept originario è l’idea dello smarrimento: il sentirsi perduti, la ricerca di un senso, l’assenza di certezze assolute. Un’esperienza universale, che nel corso dei secoli ha trovato espressioni musicali sempre diverse. La musica riesce a tradurre questa condizione in modo straordinario: una tensione armonica che non trova risoluzione, una frase che sembra rimanere sospesa, un silenzio in cui il tempo pare fermarsi. Questa intuizione iniziale si è progressivamente evoluta in Sonora Imago, uno spettacolo che Francesco descrive come una sorta di macchina del tempo, capace di riportare in vita mille anni di musica attraverso i suoni di oggi. Composizioni di epoche differenti vengono reinterpretate da compositori contemporanei, conservando la propria identità ma acquisendo nuove sfumature timbriche e dimensioni espressive. Il filo conduttore, quindi, non è tanto uno stile musicale o un’epoca storica, quanto un’esperienza profondamente umana: la ricerca, il dubbio, il desiderio e la possibilità di scoprire qualcosa di nuovo proprio nell’incertezza».
Il concerto è concepito come un omaggio aperto alla lezione visiva di Bill Viola. In che modo la dilatazione del tempo e l’uso del corpo tipici della sua videoarte hanno influenzato la sua ricerca interpretativa al pianoforte?
«Ciò che mi affascina nell’opera di Bill Viola è il modo in cui il rallentamento dei movimenti modifica la nostra percezione. Un piccolo gesto, uno sguardo o un impercettibile cambiamento della postura acquistano improvvisamente un’intensità enorme. Il tempo sembra dilatarsi e ci invita a osservare con maggiore attenzione. Questo approccio influenza anche il mio modo di suonare in Sonora Imago. La produzione del suono diventa più sottile e la mia attenzione alle minime sfumature ancora più acuta. Un silenzio, una risonanza che si estingue lentamente o una variazione dinamica quasi impercettibile assumono un particolare valore espressivo. Allo stesso tempo, rimango visibile sul palcoscenico per tutta la durata dello spettacolo. Questo richiede una consapevolezza costante del corpo e dei movimenti. Anche quando non suono, faccio parte della drammaturgia scenica. I miei gesti devono avere un senso non soltanto musicale, ma anche in relazione alla coreografia».
Sul palco condivide la scena con il soprano e performer Silvia Pepe, sotto la regia di Francesco Leprino che trasforma i vostri corpi in immagini live. Come si costruisce l’intesa tra la voce lirica, il gesto pianistico e la drammaturgia visiva?
«Ciò che rende speciale la nostra collaborazione è il fatto che tutti e tre condividiamo una visione artistica molto affine. Abbiamo un atteggiamento aperto e curioso verso l’arte e non ci sentiamo vincolati ai confini tradizionali della musica classica. Silvia è un’artista straordinariamente versatile. Oltre alla sua splendida voce, è pianista, compositrice, si occupa di musica elettronica, è artista visiva e scrive poesie. Ammiro la sua creatività, la sua grande espressività e la sua forte presenza scenica. Ci riconosciamo in molti aspetti, anche nel modo in cui viviamo la nostra femminilità. Per me è la partner artistica ideale per questo progetto. Francesco Leprino, dal canto suo, unisce la profondità analitica del musicologo all’immaginazione del filmmaker. La sua vasta conoscenza musicale e la capacità di creare connessioni tra diverse discipline artistiche sono alla base della sua particolare visione drammaturgica. È a partire da questa visione che ha ideato e sviluppato Sonora Imago, creando una nuova relazione tra musica, corpo e immagine. Insieme formiamo un gruppo artistico molto affiatato, fondato sulla fiducia reciproca, sulla sensibilità e su una ricerca condivisa di nuove forme espressive».
Viene spesso definita una pianista “ribelle” per la scelta di superare i confini del concerto classico tradizionale. Ritiene che la musica contemporanea abbia oggi bisogno di riscoprire una forte componente sensoriale e teatrale per parlare al pubblico?
«Mi definisco effettivamente “piano rebel”, ed è una scelta consapevole. Non perché voglia ribellarmi per il gusto di farlo, ma perché non ho mai amato lasciarmi limitare da convenzioni o aspettative. Per me essere ribelle significa soprattutto avere la libertà di pensare in modo indipendente, sperimentare e seguire il mio percorso artistico, senza lasciarmi racchiudere in un unico stile o in un’idea tradizionale di ciò che dovrebbe essere una pianista classica. Non credo che la musica contemporanea abbia necessariamente bisogno di una dimensione teatrale o visiva per raggiungere il pubblico. La musica possiede già una straordinaria forza emotiva e sensoriale. A volte un singolo suono o un silenzio possono suscitare più emozioni di una grande produzione scenica».
L’anteprima nazionale di Sonora Imago debutta ad Ascoli Piceno, all’interno del Festival Nuovi Spazi Musicali diretto da Ada Gentile, prima di approdare al Teatro Gerolamo di Milano. Che valore ha presentare una prima assoluta in un festival storico dedicato alla ricerca musicale?
«È per me un grande onore presentare Sonora Imago in anteprima in un festival dalla storia così ricca. A rendere questa occasione ancora più significativa è la figura di Ada Gentile, non soltanto direttrice artistica, ma anche compositrice di riconosciuto prestigio internazionale, impegnata da decenni nella musica contemporanea. Ammiro profondamente le donne forti e indipendenti che rimangono fedeli alle proprie convinzioni artistiche. Ada Gentile ne è un bellissimo esempio. Con Nuovi Spazi Musicali ha offerto a generazioni di compositori e interpreti uno spazio dedicato alla ricerca e alla sperimentazione musicale. Trovo, dunque, particolarmente significativo che Sonora Imago incontri il pubblico per la prima volta proprio in questo contesto. Il fatto, poi, di poter anche concludere il festival rende questa occasione ancora più speciale».
Per lei la musica non finisce quando il suono tace, ma continua nell’immaginazione. Cosa vorrebbe che rimanesse nello sguardo e nell’ascolto dello spettatore una volta calato il sipario?
«Incontri come questi con l’arte possono ampliare il nostro sguardo, stimolare l’immaginazione e suscitare emozioni difficili da esprimere a parole. Mi piacerebbe che il pubblico uscisse da Sonora Imago con quella stessa sensazione: commosso, meravigliato, forse anche un po’ disorientato, ma soprattutto con una mente più aperta. Per me questa è l’essenza dell’arte. Non deve sempre offrire risposte. A volte la sua forza più grande è risvegliare qualcosa dentro di noi, qualcosa che continua a risuonare a lungo dopo che l’ultimo suono si è spento».

Una visione contemporanea oltre le convenzioni della musica classica
L’approccio innovativo di Veronique Vanhoucke rivendica un’autonomia intellettuale che mira a riavvicinare il pubblico attraverso una fruizione completa e multisensoriale, ponendo la libertà d’espressione al centro dell’esperienza d’ascolto. L’esordio del progetto all’interno di un contesto d’eccellenza dedicato alla sperimentazione suggella l’inizio di una serie di appuntamenti prestigiosi destinati a proseguire nei principali spazi teatrali e culturali italiani.
In breve
- Artista principale: Veronique Vanhoucke (pianista internazionale)
- Titolo dello spettacolo: Sonora Imago
- Ideazione e regia: Francesco Leprino
- Cast artistico: Veronique Vanhoucke (pianoforte), Silvia Pepe (soprano e performer)
- Debutto anteprima: Festival Nuovi Spazi Musicali (Ascoli Piceno), direzione artistica Ada Gentile
- Tappa successiva: Teatro Gerolamo di Milano
- Tratti distintivi: Interazione con la cassa armonica, drammaturgia visiva ispirata a Bill Viola, repertorio classico e contemporaneo
Cosa ne pensate dell’approccio scenico e sperimentale della musica classica contemporanea? Lasciate un commento qui sotto per condividere le vostre impressioni e opinioni sul progetto!
La Gazzetta dello Spettacolo Le notizie che fanno parlare!