Intervista esclusiva a Franco Nugnes sul suo libro che racconta il mondo di Ayrton Senna, dei Gran Premi e della Formula Uno.
Ognuno sa dove si trovasse e cosa stesse facendo quel Primo Maggio del 1994, quando dopo una serie di episodi funesti, in quello che fu il weekend più nero della F1 di quegli anni, pure chi di F1 non si interessava, neppure di striscio; anche io ero una di questi ultimi, eppure so dove mi trovassi e la strana sensazione provata. Nulla sarebbe stato più come prima, ma ci fu anche la netta sensazione che nessuno sarebbe stato come lui: Ayrton Senna. Oggi ne parliamo con un uomo che dopo trentadue anni si commuove come allora. Lui è Franco Nugnes, firma storica di Autosprint, in un’intervista di cuore e testa, ma con un pizzico di esclusività per i nostri lettori.
Franco Nugnes, benvenuto sul quotidiano “La Gazzetta dello Spettacolo”, con il tuo libro “Senna. Le verità” hai firmato un lavoro di inchiesta fondamentale, nato da quel mandato che ti diede il direttore di Autosprint. Al di là del rigore tecnico e della cronaca, cosa ha provato l’uomo Franco quando si è trovato dentro quel box di fronte alla macchina Williams guidata da Ayrton?
«Mi riporti indietro di tutti i 32 anni e mi vengono ancora i brividi. Da un punto di vista puramente umano, io ci ero andato inizialmente con la logica di chi, essendo un giornalista professionista, pensa di trovare una chiave di lettura su quello che era successo. Ma nel momento in cui ti trovi di fronte a un pezzo di carbonio, una macchina di metallo inanimata in un box chiuso e semi-buio — dove ci tengo a ricordarlo, c’era anche la macchina di Roland Ratzenberger — si respirava una sensazione lugubre, un clima veramente denso di tensione e non si sapeva da che parte il settore di polizia avrebbe potuto cominciare a fare un’indagine per cercare delle verità. Nel momento in cui il mio sguardo è finito in un punto del cofano motore dove c’era ancora un gruppo di cervello di Ayrton Senna, tutta quella roba inanimata è diventata la trasposizione di Ayrton. Il primo impulso è stato quello di voler scappare via, di non sentirmi adeguato a essere in quel posto dove ero stato invitato dal direttore dell’autodromo vestendo i panni di un commissario di percorso. È stata una telefonata di grande fiducia nei miei confronti e nella mia competenza di giornalista legato alla Formula 1, affinché potessi poi essere utile a capire che cosa fosse effettivamente successo sulla Williams FW16. Lì ho dato un connetto di vomito, ho provato a riprendere un po’ di lucidità e mi sono domandato se potevo andare via; mi sono immediatamente risposto che il mio ruolo era lì. In quel momento è nata la volontà di lavorare in maniera autonoma per una verità che fosse indipendente dall’indagine della magistratura.».

Ad Imola è stato mostrato a tutti un frammento della pancia della FW16 e questo pezzo, in un certo senso, chiude un cerchio lungo trentadue anni. Guardando quei graffi sul carbonio, ho pensato che lì dentro ci sia l’ultimo alito di vita di Ayrton, il segno di un pilota e di un uomo che ha cercato fino all’ultimo millesimo di secondo di fare l’impossibile per salvarsi. Tu che emozione hai provato quando hai fatto quella scoperta?
«Sono rimasto senza parole perché, immaginarmi come regalo di compleanno dall’ispettore — anzi, vice commissario — un riconoscimento così, d’istinto non me ne sentivo degno e gli ho detto che non lo potevo accettare. Lui invece, con cui nel tempo siamo diventati autentici amici, mi ha detto che si doveva chiudere un circolo sulla mia attività sul caso Senna e gli faceva piacere che quel frammento lo avessi io. Guarda, hai detto bene: la cosa impressionante è vedere quei solchi, le righe e la profondità dei segni del muretto, che azzerano i 32 anni. Perché un conto è andare a cercare qualcosa nella memoria e ritrovare pensieri o ricordi, un conto è avere un contatto fisico che ti riporta istantaneamente a quel momento drammatico. È una sensazione che hanno vissuto tutte le persone venute ad Imola nella sala dedicata ad Ayrton Senna, una sensazione collettiva condivisa da tutti. Mi sono molto emozionato, c’è qualcosa che ti tocca nel cuore e non puoi avere il controllo; ho visto lo stesso effetto moltiplicato nelle facce di tante persone davanti a me.».
Oggi continui a raccontare Senna con la stessa passione. La versione inglese del tuo libro ha persino ricevuto a Londra una menzione d’onore agli International Sports Book of the Year. Questo dimostra quanto il tuo lavoro continui a toccare il pubblico di tutto il mondo. Come si trasmette oggi la figura di Ayrton a chi non l’ha mai visto correre e alle nuove generazioni?
«Ti do una notizia fresca fresca del 28 di ottobre di cui non ho ancora parlato pubblicamente con nessuno: sarò nuovamente a Londra inserito nella lista dei selezionati per due categorie dei libri sportivi del RAC (Royal Automobile Club) inglese, ovvero la federazione britannica. È una bellissima e grandissima soddisfazione per una ragione molto precisa: il presidente del RAC è Damon Hill. È di nuovo un circolo che si ritrova, sono i 360 gradi di un cerchio. I piloti non ne hanno bisogno perché, chi vuole correre, trova un immediato riconoscimento di quello che si potrebbe diventare attraverso la figura di Ayrton, che è un faro e un punto di riferimento. L’esempio recente è Kimi Antonelli, che ha scelto il numero 12 di Ayrton: qualcuno lo accusa di scimmiottare una vicinanza, io invece ho visto in lui una vera conoscenza e riconoscenza. Tanti piloti l’anno scorso in Brasile sono andati al cimitero di San Paolo a portare un pensiero ad Ayrton, e per un giovane al debutto è un segno di grande stima. Allargando il discorso, è un fenomeno che sarebbe da studiare a livello universitario. Nasce dai genitori che trasferiscono ai figli la passione, ma in realtà, con internet e YouTube, le opportunità per i giovani sono tantissime e vedo una passione del tutto spontanea. Ayrton ha una presenza magnetica e attrattiva che va molto oltre il pilota tre volte campione del mondo, si identifica in una persona che avrebbe fatto bene qualsiasi cosa avesse deciso di realizzare nella sua esistenza. Ricevo tantissimi messaggi di ragazzi che vogliono sapere di più. A distanza di trent’anni, Ayrton Senna è una fotografia pienamente a colori, mentre se facciamo riferimenti storici come Juan Manuel Fangio, lui rappresenta gli anni ’50 ed è un’immagine in bianco e nero. Lo stesso Michael Schumacher, per la condizione in cui si trova senza contatto diretto, è diventato già un’immagine in bianco e nero. Quella di Ayrton rimane vissuta come una cosa non finita, dove si ritrova ogni colore dell’iride. Inoltre, all’epoca era uno sport terribilmente maschilista, eppure aveva un buon 50% di tifose donne, attirate dalla sua carica interiore e dalla sua profonda empatia. ».
Pensando a quel weekend drammatico e a figure come il dottor Sid Watkins, che tentò di convincere Ayrton a fermarsi, se tu potessi tornare indietro nel tempo a quel 1° maggio, da uomo a uomo prima ancora che da giornalista, cosa gli diresti? C’è qualcosa che faresti per provare a fargli cambiare idea?
«Non credo che un essere umano possa cambiare il proprio destino quando suona la campana. Credo nelle sliding doors dove fai scelte per costruire qualcosa, ma quando si arriva al destino non c’è modo di intervenire. Watkins aveva toccato l’aspetto umano di Ayrton, che soffriva la tragedia del sabato di Roland Ratzenberger. I piloti del 1994 erano una generazione che non aveva più alcun contatto con la parola morte, e l’attenzione mentale era solo quella di trarre il massimo dalla monoposto. Nell’indagine che ho condotto ho capito che Senna aveva l’obiettivo di vincere il Gran Premio di San Marino per rilanciarsi con la Williams ed eliminare i dubbi di chi ipotizzava fosse un pilota “bollito”. C’era una voglia feroce di rimettere le cose al loro posto. Nell’abitacolo aveva portato sia la bandiera austriaca per omaggiare Roland, sia quella brasiliana per festeggiare. Sono sicuro che non avrei avuto alcuna capacità di fargli cambiare idea, così come non c’è riuscito Sid Watkins. ».
Qual è l’insegnamento più grande o l’immagine di Ayrton che Franco Nugnes si porta dentro ogni giorno, lontano dalle telecamere e dai circuiti?
«La continua ricerca della perfezione e del miglioramento nel vivere di tutti i giorni per crescere, basata sulla convinzione che le capacità interiori siano infinite. Ayrton voleva vincere in qualsiasi cosa facesse, anche in una partita a carte o a calcio; c’era una ricerca costante per essere competitivo in ogni momento dell’esistenza. Una delle sue grandissime doti era saper mantenere la concentrazione per un tempo decisamente più lungo rispetto a chiunque altro, ed è questo che gli faceva dire che non esiste curva dove non si possa fare un sorpasso, perché nel momento in cui l’avversario è meno lucido, lo puoi sorprendere. Questa capacità di spingere il proprio essere a cercare il limite è ciò che lo ha portato alla ricerca del trascendente. Il fatto che dicesse di aver parlato con Dio è stato spesso capito male o deriso: non si sentiva superiore agli altri, ma alzava lo sguardo da terra per avvicinarsi alla propria dimensione interiore e al suo Dio.».
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