Intervista allo scrittore napoletano Al Gallo, che ritorna in libreria con il suo romanzo dal titolo “Indian Napoli”.
Lo scrittore napoletano Al Gallo è in libreria con “Indian Napoli” (Ugo Mursia Editore, collana Giungla Gialla), un noir che affonda le radici nel 2003 e arriva oggi come una storia maturata nel tempo, tra memoria e invenzione. Al centro del romanzo c’è il rione Moro, periferia che si finge oasi grazie alla pax criminale imposta dal clan Gentile: un equilibrio apparente, destinato a incrinarsi quando un metronotte si schianta nel quartiere. L’ispettore Romano e il vice Ajello, poliziotti diversi per carattere e fragilità, seguono una pista che li porta dalla vedova del vigilante a un affare milionario in contanti, dentro una Napoli — anzi, un’Indian Napoli — feroce, cinica, abitata da tribù camorriste pronte a sbranarsi per il potere.
Indagando tra compromessi, verità parziali e una città che sembra respirare come un personaggio, Gallo costruisce un noir dalla tensione cinematografica, dove la giustizia non è mai netta e i confini tra “buoni” e “cattivi” sono sfocati. Lo abbiamo incontrato per la nostra rubrica Libri e Scrittori per parlare di periferie che diventano miti urbani, della violenza come linguaggio sociale e di cosa significhi raccontare Napoli da dentro, senza filtri.
Bentrovato, Al Gallo, sul quotidiano “La Gazzetta dello Spettacolo”. Nel romanzo la violenza non è spettacolo ma linguaggio sociale. C’è un “vocabolario” della ferocia a Napoli che hai imparato osservando la realtà?
«Grazie per l’invito. C’è un lessico criminale. Non necessariamente diretto, brutale o volgare. La figura retorica preferita dalla mala è senz’altro l’anacoluto: a volta, il non detto pesa più di tante parole. È come nella scrittura: essere sibillini, e ambigui, funziona».
Se dovessi togliere la parola “camorra” dal libro, quale sarebbe il vero conflitto che resta?
«Quello tra essere buoni e giusti. Le due parole possono sembrare sinonimi. Non lo so. Puoi essere buono, e quindi ingiusto verso qualcuno – magari te stesso. Essere giusti è la cosa più difficile di questo mondo: sai di dover sempre scontentare qualcuno».
Tu dici: “La giustizia non esiste, esiste il compromesso”. Hai mai pensato che il compromesso sia una forma di giustizia primordiale?
«Il compromesso è piuttosto una linea di condotta. Salvare il salvabile è una filosofia pratica che nella lotta alle mafie esiste. Poi ci sono i proclami, le “vittorie delle Istituzioni”, che durano purtroppo ben poco. Il compromesso è un risultato – giocoforza – accettabile».
L’ambientazione del rione Moro sembra un personaggio mitologico, più che un quartiere. Se fosse una figura del folklore napoletano, chi sarebbe?
«Eh, bella domanda… (ride, ndr). Sarebbe un Pulcinella tragico, col ghigno più che con il sorriso. Astuto, furbo, ma sadico – non me ne vogliano gli amanti della tradizione».
Il noir, quasi sempre, è la storia di una verità che non si può dire. Per concludere, qual è la verità indicibile di Indian Napoli?
«Che esiste un mondo parallelo – ‘o Sistema – che gestisce e “governa” certe zone d’ombra che la politica lascia colpevolmente vuote. Con questo pseudo sistema siamo costretti a fare i conti».
La Gazzetta dello Spettacolo Il quotidiano dello ShowBiz


