Annamaria Farricelli

Annamaria Farricelli, pluripremiata scrittrice e poetessa

Incontriamo Annamaria Farricelli, nota nel mondo culturale per essere una pluripremiata scrittrice e poetessa.

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La poetica letteraria di Annamaria Farricelli continua a far parlare di sé. Fine poetessa, come in “Abyssum”, ma anche autrice di un romanzo di successo come “L’eco del silenzio”, le sue pubblicazioni in carriera sono numerose, come del resto i riconoscimenti letterari ricevuti nel nostro Paese. L’ultimo annunciato alla stampa le è stato assegnato dalla Fondazione La Sponda ETS, in sinergia con l’Accademia Internazionale La Sponda, che ha infatti rilanciato una delle iniziative culturali più longeve e rappresentative della Capitale: il Premio Internazionale “Fontane di Roma”, giunto alla sua 41ª edizione. Ideato e fortemente voluto da Benito Corradini, Presidente della Fondazione La Sponda ETS, il Premio nasce con una motivazione chiara e ambiziosa: “L’esaltazione dell’attività di chi opera con alto impegno, prestigio e professionalità per avvicinare, anche sul piano umano, personalità della Cultura, dell’Arte, della Fede, del Lavoro e della Salute in un’atmosfera di amicizia, per un discorso di apertura sociale e di civiltà”.

La premiazione a Roma, il 21 novembre 2025 presso l’Accademia di Storia dell’Arte Sanitaria (Sala Alessandrina) – Lungotevere in Sassia 3° – riconosce il grande contributo culturale della Farricelli alla letteratura contemporanea. La Giuria d’onore, presieduta da S.E. Mons. Prof. Gianfranco Girotti, ha selezionato anche lei tra le personalità di spicco, italiane e internazionali, che si sono distinte per eccellenza e impegno in vari settori. Vita privata difficile, la sua, con contesti familiari di dolore che sono durati anni. E poi, liberatoria, la scrittura come salvezza e missione. Annamaria Farricelli ha un’ opera poetica caratterizzata da un viaggio introspettivo che esplora i livelli più profondi dell’anima, affrontando temi come i ricordi, le emozioni, le gioie, i dolori, le rinunce, ma anche il desiderio di rinascita e di speranza. Trasforma emozioni in parole, ed amalgama il tutto con una straordinaria sensibilità poetica. L’ultimo lavoro uscito da poco è “In un soffio d’amore” (Edizioni We), romanzo che potremmo definire a metà tra il saggio ed il racconto, che esplora come la solidarietà e l’umanità del passato si scontrino con l’individualismo e la solitudine dell’era digitale, suggerendo la necessità di una rivoluzione della speranza e un nuovo umanesimo. Storia, sacrificio e speranza illuminano la penna della Farricelli, che vuole omaggiare la resilienza umana, la forza delle donne (che è in primis la sua) e la capacità di affrontare le sfide della vita con dignità e coraggio. La incontriamo per la nostra rubrica Libri e Scrittori.

Annamaria Farricelli, ben trovata su La Gazzetta dello Spettacolo. Lei riceve numerosi premi in giro per l’Italia ad ogni nuova uscita letteraria. In che misura pensa che questi riconoscimenti rispecchino il suo lavoro o ne siano parte integrante, e qual è stato il momento più significativo in cui un premio ha cambiato il suo percorso?
«Ogni premio, piccolo o grande, è per me uno specchio: non tanto dell’ego, quanto un cammino che compio insieme alle mie parole. Rappresenta un dialogo silenzioso tra ciò che ho scritto e chi lo accoglie. Non li vivo come traguardi, ma come tappe che mi aiutano a capire se sto toccando davvero l’animo di qualcuno. Il momento più significativo fu il primo riconoscimento: lì ho compreso che la scrittura poteva diventare anche un destino, non solo un bisogno».

Molti dei suoi testi affrontano il dolore, la sofferenza, il ricordo e al contempo la rinascita. Può raccontarci cosa si nasconde dietro quell’ “Abisso” poetico che spesso attraversa la sua scrittura, e come trasforma il dolore in parola?
«Dentro quell’ “Abisso” si muove la parte più autentica di me, quella che ha conosciuto la perdita, l’attesa e il silenzio che segue ogni frattura. Lì, dove il dolore diventa eco e memoria, nasce la mia scrittura. Scendere nell’ “Abisso” significa accettare di guardare ciò che fa male, di nominare l’ombra per restituirle una forma. La parola diventa una mano tesa nel buio, un filo che unisce la disperazione alla possibilità di rinascere. In quel cammino interiore ogni ricordo si trasforma in fragile luce, ogni ferita in testimonianza di resistenza. Scrivere, allora, non è solo raccontare, ma guarire: trasformare la sofferenza in ritmo, il silenzio in canto, la fine in un nuovo inizio. È da quell’ “Abisso” che imparo a respirare di nuovo, a fare del dolore una preghiera, e delle parole un approdo di pace».

La sua ultima silloge poetica, Abyssum (Ed. Il Cuscino di Stelle), è stata definita un “viaggio dell’anima”. Qual è stato il punto di partenza di questo viaggio, e qual è il messaggio che maggiormente desidera lasciare al lettore?
«Il punto di partenza di “Abyssum” è stato un silenzio profondo, una soglia invisibile tra ciò che ero e ciò che avevo paura di diventare. Da lì è iniziato il viaggio: un lento discendere dentro di me, tra le crepe del passato, i frammenti del dolore, le ombre che chiedevano ascolto. Non cercavo risposte, ma una lingua capace di dare voce all’invisibile, di trasformare la ferita in luce. Ogni poesia è un passo verso la riconciliazione, un respiro che si rialza dopo l’urto. Il messaggio che desidero lasciare al lettore è che anche nell’abisso più profondo esiste un seme di rinascita, una possibilità di pace. Solo attraversando il buio si può tornare a vedere davvero, e comprendere che la fragilità non è debolezza, ma il luogo segreto in cui l’anima impara a fiorire».

In qualità di poetessa e anche di scrittrice, come gestisce la differenza tra la modalità poetica (verso-silloge) e quella narrativa (racconti-romanzi)? E in che modo queste modalità si influenzano l’una con l’altra nel suo lavoro?
«Come poetessa e come scrittrice ho imparato a muovermi tra due respiri diversi della stessa anima. La poesia, nella silloge, è una porta socchiusa: entra in me con passo lieve, scava nel simbolo, cerca l’essenza nuda delle emozioni. La narrativa, invece, è un cammino più ampio, una trama che veste la vita di volti e gesti, dove le parole si fanno carne e storia. Ma tra le due non c’è confine, solo osmosi, la poesia insegna alla prosa il silenzio e la profondità, la prosa offre alla poesia la concretezza del mondo, la materia del vivere. Così ogni racconto respira come un verso, e ogni verso contiene un frammento di storia. In questo dialogo continuo trovo la mia verità: una scrittura che attraversa le forme per restare fedele all’anima, che trasforma ogni parola in un luogo di incontro tra realtà e visione, tra ferita e rinascita».

Sono spesso citati, nelle recensioni al suo mondo letterario, la sensibilità, l’introspezione, la profondità del linguaggio. Quali sono, secondo lei, gli strumenti tecnici o stilistici di cui si serve per rendere visibile all’altro quello che per molti è invisibile (silenzio, dolore, rinascita)?
«I miei strumenti nascono dal respiro e dall’ascolto. Lì, dove il silenzio prende forma, affido alle parole la cura del non detto. Uso immagini che respirano come ferite e metafore che custodiscono il tremore delle cose invisibili. La musicalità del verso, le pause, i vuoti tra le frasi diventano spazi di rivelazione: là si manifesta il dolore, ma anche la sua metamorfosi. L’uso della luce e dell’ombra è per me essenziale, perché ogni parola viva deve attraversare l’oscurità per risplendere. Prediligo un linguaggio essenziale ma denso di risonanze emotive, dove la voce interiore guida il ritmo e la forma si piega al sentire. Così rendo visibile ciò che si nasconde: il silenzio si fa suono, il dolore si fa senso, la rinascita diventa sguardo. Scrivere, per me è dare corpo all’ invisibili e trasformarlo in una carezza che tocca chi legge».

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