In trance, la recensione

Danny Boyle torna con la sua ultima fatica dopo il cortometraggio su James Bond per le Olimpiadi di Londra e dopo il suo ultimo film “127 Ore”, pellicola splendida sotto tutti i punti di vista. Uscito in Italia quasi in sordina arriva anche da noi questo “In Trance” (titolo originale semplicemente “Trance”) e risulta essere un film funzionante seppur con i suoi piccoli difetti.

In trance

Boyle dimostra di aver raggiunto nel corso degli anni una maturità artistica di prim’ordine infatti lo stile di regia con il quale gira questo film è il culmine di tanti anni d’esperienza: esattamente come in “127 Ore” ma anche in precedenza con “Millions” e “28 Giorni Dopo” riesce a focalizzare l’intero film si sui personaggi ma anche e soprattutto sull’ambiente che li circonda di fatto l’elemento più funzionante del film risulta essere la fotografia luminosa e cupa allo stesso tempo tipica della sua filmografia.

Lo stile di regia di “In Trance” rimane invariato con l’utilizzo di sequenze girate con videocamere giroscopiche (anche se in maniera minore qui) e l’inserimento di montaggi frenetici che, nonostante siano presenti in maniera minore rispetto alla sua filmografia delineano lo stesso il suo tipico stile registico; riusciamo a percepire le sensazioni dei personaggi in maniera quasi perfetta con inquadrature oniriche come se fossimo all’intero dell’ipnosi narrata.

La sceneggiatura di “In Trance” è estremamente articolata anche se non dimostra mai cali di ritmo o intrattenimento: non un elemento difettoso ma nonostante scorra via senza noia e senza dubbi si nota una certa fiacchezza nel raccontare il tutto; la storia funziona così come il montaggio visivo e sonoro ma forse si sarebbe preferito una leggera cura sull’articolazione della storia. Per una regia frivola anche se meno frizzante delle precedenti la sceneggiatura punta tutto sull’elogio della figura dei personaggi principali mettendoli in scena e sviluppandoli con passione e tenacia: Rosario Dawson è la protagonista morale del film: Boyle la rappresenta come una musa, come quella figura angelica che l’uomo ricorda dopo un sogno erotico ed è proprio questo l’elemento maggiore che rappresenta: l’erotismo visivo ed emotivo e la sua inquadratura completamente nuda non fa altro che ricordarcelo.

James McAvoy torna con una prestazione formidabile nella sua complessità: egli mette in scena un personaggio difficile e tormentato da qualcosa che non riesce a ricordare e il modo in cui McAvoy riesce ad alternare i vari stati emotivi del personaggio confermano il grande attore qual è. Ottimo anche Vincent Cassel nella parte del villain di turno riuscendo ad essere molto genuino e spontaneo anche se risulta il meno caratterizzato dei tre.

Un film estremamente onirico ben diretto e ben sceneggiato seppur con una non totale cura sul risultato finale comunque interessante.

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