Francesco Cataldo. Foto di Walter Silvestrini
Francesco Cataldo. Foto di Walter Silvestrini

Francesco Cataldo riparte dalla sua terra con Giulia

Francesco Cataldo, chitarrista siracusano, ha portato il suo jazz, che profuma di Sicilia, a New York dove ha saputo affascinare uno dei più grandi contrabbassisti del momento, Scott Colley. Con Colley ha inciso Spaces, un album che ha avuto consensi in tutto il mondo. In Giulia, Francesco spoglia la propria musica e in un album del tutto acustico, senza timore, ci mostra la sua anima.

Francesco Cataldo. Foto di Walter Silvestrini
Francesco Cataldo. Foto di Walter Silvestrini

“Il suono di chitarra classica e la chitarra acustica baritona in “Giulia” è il frutto di una lunga ricerca, non solo tecnica (corde, set up…) ma anche e soprattutto introspettiva. Come il cantante cerca per anni la sua voce interiore e fisica, lo strumentista dedica la sua vita alla ricerca del suono che più lo possa “rappresentare” all’esterno, al mondo, al pubblico che ascolta”. Francesco ha inciso Giulia con il grande pianista Marc Copland, Pietro Leveratto e col batterista “in punta di bacchette” Adam Nussbaum.

Sei un musicista che sa “fare deserto”, sapendo svuotarsi di qualunque musica per ritrovare nuove melodie interiorizzando emozioni. E’ arrivato il momento di tornare a suonare dal vivo, come stai vivendo quest’attesa?

Provo sentimenti contrastanti: da una parte la gioia di presentare questo nuovo “figlio”, dall’altra una gelosia recondita nel condividerlo. Ogni concerto riserva una serie d’incognite legate all’acustica e alla connessione che la formazione riuscirà a stabilire. Il jazz ha come caratteristica quella dell’improvvisazione con gli assolo che i musicisti amano fare. Personalmente non amo le divagazioni che spesso si fanno dal vivo, perché ritengo che i temi perdano di consistenza. Per fare un esempio, per me è come annacquare un bicchiere di buon vino. Credo che il tema, l’essenza di ogni brano debba essere preservato trovando il giusto equilibrio.

Quando sali sul palco e tocchi le corde della tua chitarra, cosa provi?

L’attimo che precede la salita sul palco è carico di trepidazione e gioia. Provo una sensazione di vuoto nel quale lanciarsi, con una scarica di adrenalina. difficile da descrivere a parole. Il Quartetto è un’interazione tra musicisti, come una barca a vela che deve trovare un assetto ideale perché si possa prendere il largo. Io sono al timone e sento tutta la responsabilità che ne consegue. Poi, quando l’onda e il vento s’incontrano, la vela si dispiega e prende a navigare, è gioia pura. Quella stessa che provo quando sul palco con alchemica magia, il brano prende vita.

Dopo la fase “elettrica “ di Spaces, ci regali con Giulia una nuova fase completamente acustica, dove la protagonista indiscussa sono la chitarra classica e quella acustica baritona. In che modo ha conquistato il tuo cuore?

Dopo la dimensione sofisticata e enfatica della fase elettrica, ho avuto l’urgenza dello svuotamento e della semplificazione. Il passaggio del suono elaborato dell’elettrico alla semplificazione delle corde di nylon solo amplificate che mi mettono a nudo. Giulia è un ritorno a casa, come se mi fossi spogliato del superfluo. Rappresenta la mia essenza. Lì non ci sono effetti o scuse e nessun inganno. Una ricerca della lentezza, perché se si parte all’avventura con la fretta e l’ansia della scoperta di nuovi mondi, a casa si ritorna con pacatezza, assaporandone l’avvicinamento passo dopo passo. Il suono di chitarra classica e la chitarra acustica baritona in Giulia è il frutto di una lunga ricerca, non solo tecnica (corde, set up…) ma anche e soprattutto introspettiva. Come il cantante cerca per anni la sua voce interiore e fisica, lo strumentista dedica la sua vita alla ricerca del suono che più lo possa “rappresentare” all’esterno, al mondo, al pubblico che ascolta.

Una musica così intima, quanto è difficile condividerla?

E’ difficile ancor di più con gli addetti ai lavori che sono abituati a grandi elaborazioni che nel jazz sono la consuetudine. Come ho detto, non amo i virtuosismi e tutto quello che sovraccarica. Mi piace la semplicità che sa mostrare senza coprire. In questo momento in cui la musica abbonda di effetti speciali, ci vuole coraggio e forse un po’ d’incoscienza. Sono consapevole di andare contromano, ma felice di aver trovato la mia strada. La condivisione fa parte di un processo di maturazione importante, sul quale ho lavorato. Può sembrare un controsenso per un musicista, ma non lo è quando la musica traduce sentimenti e colori dell’anima. Conservo, dopo anni, una timidezza della quale non mi vergogno.

Sabato 25 luglio sarai sul palco dello Zafferana Jazz Festival, ai piedi dell’Etna. Ci puoi anticipare qualcosa?

Sarà un momento molto importante in cui presentare dal vivo il nuovo disco Giulia e un regalo speciale che ho riservato per questo palco così prestigioso. Presenterò un inedito, che avrebbe dovuto essere nell’album, ma che ho deciso all’ultimo di tenere da parte per il primo live. The Garden è anch’esso come tutto l’album autobiografico. Il giardino è quello della scuola elementare che ho frequentato, la stessa di mia figlia Giulia: un luogo speciale dove s’intrecciano i ricordi della mia infanzia, del fanciullino che è in me con i giorni e i giochi di Giulia. Aprirò il concerto con quello che nel disco ne è l’epilogo, che diventerà invece l’overture. Circles rappresenta i cerchi, una serie di bolle che fluttuano nella nostra vita che è fatta d’innumerevoli inizi e la loro conclusione. Una serie infinita di cicli e micro cicli che viviamo ogni giorno. Circles è un assolo di chitarra baritona, dai suoni grevi che rappresenta per me un piccolo pianoforte.

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