Facciamo un salto al teatro, perchè in scena, al Teatro Marconi di Roma, c’è un testo di Arianna Cozzi: “Linee, tra i bordi”.
“Linee, tra i bordi”, il progetto teatrale di cui Arianna Cozzi è autrice, sarà in scena a Roma, precisamente al Teatro Marconi, dal 14 al 16 ottobre. Un percorso, il suo, basato sulla scoperta di emozioni, sulla condivisione tra persone, per poter così attraversare e vivere corde sempre tese a realizzare buone cose.
Benvenuta sul quotidiano “La Gazzetta dello Spettacolo”, Arianna Cozzi. È tua la scrittura dello spettacolo “Linee, tra i bordi”, che si avvale della regia di Felice Della Corte e sarà in scena dal 14 al 16 ottobre al Teatro Marconi di Roma. Cosa dire su come ha preso forma questo progetto?
«Questo progetto nasce in maniera eccezionale. Avevo scritto un corto teatrale per un concorso del Teatro Lo Spazio e, in una delle serate, Felice Della Corte si trovò ad essere membro della giuria. Alla fine della rappresentazione, Felice si è presentato e si è detto molto colpito dalla scrittura, proponendomi di collaborare con lui per realizzare un testo completo, per poi metterlo in scena al Teatro Marconi. Così è stato. Ricordo che la scrittura di questo testo (e del corto da cui è nato) è avvenuta a seguito di un’urgenza provocata dalla vista di una fotografia su Instagram: una serie di fagotti di tessuti bianchi, ricoperti da polvere e macerie, giaceva al suolo. Da uno di questi fagotti sporgeva il volto di un bambino deturpato dalla morte violenta. Provai una rabbia, una tristezza, una frustrazione che non so nemmeno descrivere. Ho sentito il bisogno di capire le ingiuste ragioni che avessero portato a quel massacro. Ho provato ad analizzare, a mettere insieme le motivazioni… alla fine, ero solo circondata da domande. Prima fra tutte “perché?”. Perché non c’è un vero motivo. Non c’è una vera ragione che giustifica migliaia di bambini, di innocenti, di uomini avvolti in quei fagotti. Si possono analizzare le ideologie politiche, le scelte economiche, le leggi; poi, però, alla fine, il “perché” è del singolo che imbraccia il fucile e sceglie o meno di premere il grilletto e, su quello, c’è ben poco da fare. Ognuno vive con le scelte che compie. Io, che il fucile non lo prendo, non l’ho mai preso e mai lo prenderò, scelgo di non tacere. Nonostante la sensazione, costante, di impotenza che mi provocano le grandi piaghe umane, c’è comunque una colpa che prende piede in vari modi. Utilizzo il metodo che meglio conosco per alleviare il peso dell’inettitudine di cui sono spesso additata (poiché giovane): parlare».
Si parla di guerre, della loro cessazione, di uomini che diventano bestie. Quali considerazioni ti aspetti di poter raccogliere da parte del pubblico?
«La mia speranza è che ogni spettatore esca dalla rappresentazione con almeno un dubbio su sé stesso. Quando è stata l’ultima volta che si ha accettato la colpa senza giustificarsi, senza dire “Sì, però”? Coscienti, consapevoli di essere i responsabili, i colpevoli? “Linee tra i bordi” ha come fine ultimo quello di portare al dibattito, all’approfondimento di una tematica (la guerra e il senso colpa) in contesti filosofico-morali, psicologici e storici di cui non si studia o discute, invogliando a pensare alla possibilità di provare il fervore del mettersi in discussione, di reinventarsi, aprendosi a nuovi modi di vedere, nuovi modi di fare, nuove possibilità di essere. Mi auguro che gli spettatori possano sentirsi coinvolti emotivamente e spiritualmente nel percorso dei personaggi e che condividano con loro ciò che accade. Che vivano, come un soldato, da carnefice, vittima e giudice di ciò che accade e di ciò che fanno accadere per riscoprire la propria dimensione di umanità».
Cosa ti ha spinto a suo tempo a dedicarti alla scrittura e cosa motiva ogni tuo nuovo testo?
«A suo tempo, non lo ricordo, lo dico con onestà, ma ho sempre sentito una fascinazione per la parola scritta che prende corpo; sia esso in uno spazio di dialogo o solo nella mia mente. Ora, credo sia il desiderio di essere compresa e di comprendermi in tutte quelle che possono essere le mie sfumature interne, contraddizioni e cortocircuiti di moralità. In fondo, sono umana e, come tale, sono sempre in evoluzione. Spero, verso la versione migliore di me».
Chi è Arianna, quali passioni guidano il tuo quotidiano?
«Sono una persona analitica. Mi appassiona la ricerca del vero in quel piano pluridimensionale che è la realtà. Mi appassionano gli esseri umani e i loro ragionamenti, i comportamenti, le reazioni, le emozioni, le insicurezze e come queste li fanno agire nei loro mondi. Una persona che stimo immensamente dice “giocare a pensare”. Questo mi elettrizza. Immaginare i possibili e ipotetici scenari, situazioni, eventi fittizi e realmente accaduti. Chiedermi “E io?” come sarebbe se, come sarei se, cosa farei se, etc. Mi rendo conto che può sembrare arzigogolato e un po’ cervellotico, ma se fatto con onestà e leggerezza è la cosa più divertente del mondo».
Cosa possiamo aspettarci dal tuo futuro artistico?
«Ho in cantiere un paio di testi, una collaborazione, e un progetto un po’ più impegnato che, per scaramanzia, non espongo. Come dicevo poco fa, mi piace esplorare l’essere umano. I prossimi lavori si concentreranno sulla sensazione di mediocrità e sul sentirsi fuori luogo. Emozioni a cui mi sento molto affine e su cui mi sono a lungo interrogata. Spero sempre che il mio lavoro e quello degli artisti con cui collaboro faccia risuonare delle corde che ci consentano di fare della buona musica anche con altre realtà culturali».
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