Alessandro Pertosa

Alessandro Pertosa porta in scena “Ero, l’ultima luce”

In scena “Ero, l’ultima luce”, ad opera di Alessandro Pertosa, con protagonista l’attrice Melania Fiore, che ci racconta lo spettacolo.

Un nuovo appuntamento con “Ero, l’ultima luce”, ad opera di Alessandro Pertosa. Uno spettacolo, quello portato in scena, che ci parla di una delle più potenti metafore della lontananza…

Benvenuto sul quotidiano “La Gazzetta dello Spettacolo”, Alessandro Pertosa. Questa estate è in scena un tuo testo, “Ero, l’ultima luce”, con Melania Fiore a fungere da unica protagonista. Cosa ti ha spinto a realizzare questo spettacolo e quali considerazioni per le prime date portate in scena?
«“Ero, l’ultima luce” nasce da una questuione che mi accompagna da tempo: che cosa resta dell’amore quando non si concretizza e viene sottratta la possibilità dell’incontro? La storia di Ero e Leandro ci racconta esattamente questo, è una delle più potenti metafore della lontananza: Ero continua ad attendere colui che non può arrivare, lei sa che non può arrivare perché sa che è morto, ma nonostante cio lo attende lo stesso e in questa attesa si intrecciano amore e morte, desiderio e assenza, speranza e impossibilità. A me interessava raccontare proprio questo: un amore che non si consuma, un amore che si dà appuntamento all’infinito, che non trova compimento nel qui e ora e che rimane sospeso in una dimensione che potremmo definire eterna. È uno spettacolo che interroga il nostro modo di abitare il desiderio e di attraversare la perdita. Le prime repliche che si sono svolte in Piemonte mi hanno confermato quanto questo mito continui a parlare al presente, a parlare agli uomini e alle donne dei nostri tempi. La presenza scenica di Melania Fiore e la regia di Germano Piazza hanno saputo restituire tutta la fragilità e la forza del personaggio di Ero, rendendo ogni replica un’esperienza profondamente condivisa».

Quali emozioni avete raccolto da parte del pubblico in queste prime repliche?
«Abbiamo incontrato un pubblico estremamente partecipe, attento, spesso anche visibilmente commosso. Le stesse recensioni che sono uscite raccontano proprio questo. Credo che molti spettatori si siano sentiti interpellati da una storia che per grandi linee procede in direzione opposta rispetto all’immaginario oggi dominante: oggi non siamo abituati a narrazioni dell’amore che cercano il successo, la realizzazione, la felicità come approdo inevitabile, gli amori patinati, gli amori che funzionano, gli amori dei personaggi famosi. In “Ero, l’ultima luce” l’amore non si compie anche se Leandro avrebbe voluto ma purtroppo ha incontrato la morte nella traversata in mare, nell’Ellesponto, muore in quel mare che segna la distanza e che spalanca la voragine, il desiderio. Si desidera proprio ciò che è distante, ciò che non abbiamo. Ed è proprio quindi la distanza incolmabile a custodire la verità dell’amore. Ma come lo custodisce? Sottraendolo al consumo, all’usura del tempo, dei giorni e credo che sia proprio questo il paradosso che ha toccato il pubblico: anche ciò che non accade può continuare a vivere con una intensità straordinaria. Ero e Leandro sono come Romeo e Giulietta, l’amore di Romeo e Giulietta non si è concretizzato, eppure a distanza di secoli continuiamo a parlare di loro, di Ero e Leandro, di Paolo e Francesca, degli amanti del Cantico dei Cantici».

Cosa ricordi dei primi passi mossi nella drammaturgia?
«Scrivo teatro da venticinque anni e in maniera professionale quasi da venti. Guardando indietro ricordo soprattutto la curiosità e il desiderio di dare forma scenica a domande che mi abitavano. Il mio è sempre un teatro di poesia e di filosofia insieme. Per me la drammaturgia non nasce mai da una storia in senso tradizionale, ma nasce da una questione filosofica raccontata in modo poetico e nasce da un modo esistenziale, cioè da un interrogativo sul nostro modo di stare al mondo, di essere, e da lì prende avvio la scrittura. Negli anni ho avuto la fortuna di vedere i miei testi rappresentati non solo in Italia, ma anche in Portogallo, in Spagna, in Romania, qualche volta con la presenza di Melania Fiore come attrice. Questo è accaduto grazie anche a progetti Erasmus ai quali ho collaborato. Per me è ogni volta sorprendente osservare come una riflessione nata nella solitudine della scrittura trovi poi un corpo, una voce, uno spazio condiviso sulla scena, e questo credo che sia uno dei miracoli, se non il miracolo più bello del teatro».

Quali sogni restano ancora da realizzare?
«Mi interessa immaginare possibilità artistiche diverse, aprire varchi, mettere in discussione ciò che appare scontato ma che scontato non è. Non ho mai inseguito un’idea di carriera come traguardo definitivo, preferisco pensare al lavoro artistico come ad una ricerca continua, solitaria e meravigliosa. Continuo a coltivare il desiderio di scrivere opere che sappiano generare domande nel pubblico, creare incontri autentici e provare ad offrire, anche solo per il tempo di una rappresentazione, un minimo spazio in cui riconoscersi e pensare insieme».

Cosa possiamo aspettarci dal tuo futuro artistico?
«Chi lo sa! Il futuro è sempre enigmatico e io sono una persona che continua a interrogarsi sul presente abitandolo, però, con una necessaria sfasatura utopica: con uno sguardo sempre rivolto al futuro ma concentrandosi sul presente. Sul futuro non faccio grandi previsioni, posso solo dire che ci sono diversi progetti teatrali in cantiere: in autunno debutterà uno spettacolo di teatro musicale a cui tengo molto. Credo che, in un momento di frammentazione sociale in cui ognuno con il proprio smartphone, pensa di ritrovare il proprio mondo lì separandosi dagli altri, il teatro ci consente un modo riconoscersi attraverso un incrocio di sguardi. Teatro deriva da theatron che, in greco, significa il luogo dello sguardo e il teatro accade nel qui ed ora, non ci sarà nessuna intelligenza artificiale che potrà sostituirlo perché è necessario che il pubblico guardi un attore esibirsi sul palco, li senta respirare, emozionarsi e in virtù di quel respiro e di quelle emozioni, di quegli sguardi, il pubblico potrà respirare all’unisono con gli attori ed emozionarsi dando vita a quel miracolo che è il teatro».

Su Alessia Giallonardo

Nasco a Benevento, nel 1986. testarda a più non posso, perché Toro. Amo la fotografia sin da quando ero piccola e devo questa passione a mio padre. Stesso discorso per la scrittura, per ogni singola sfumatura di un racconto, di un vissuto, di uno storico incontro.

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