Incontriamo Francesco Venditti, un altro interprete di “Colpa dei sensi”, la serie Mediaset firmata da Simona Izzo e Ricky Tognazzi.
È con noi Francesco Venditti, doppiatore e attore, pronto a raccontarsi, a parlarci delle sensazioni legate alla recitazione e al doppiaggio, che da sempre tanto gli regala, nonché del progetto attualmente in onda, “Colpa dei sensi”.
Benvenuto sul quotidiano “La Gazzetta dello Spettacolo“, Francesco Venditti. Sei parte del cast di “Sensi di colpa”, serie Mediaset ad opera di Simona Izzo e Ricky Tognazzi, giunta al suo secondo appuntamento, questo martedì. Ancora una volta vesti i panni di un uomo di giustizia, un vicequestore. Quali sensazioni a riguardo?
«Cerco, come possibile, di portare i ruoli che mi vengono richiesti al massimo delle mie possibilità. Il ‘mio’ vicequestore ha un arco narrativo particolare, che si svilupperà nelle puntate a venire. Ora non è giusto anticipare altro ma sono certo che vi piacerà».

Come ti avvicini, di volta in volta, ai personaggi che ti vengono richiesti?
«Cerco, come possibile, di dare un volto a ciò che il ruolo richiede, accompagnandolo giornalmente, dal modo di vestire, alla ricerca del profumo, indagando il più possibile dentro la sua ‘immagine’, il suo quotidiano, portandolo anche un po’ nella mia vita. Un lavoro bello, interessante, forse il motivo per cui ci si indirizza verso questo mestiere. Non ultimo, amo anche la possibilità di scrivere qualcosa su ciò che impersono, andando così a scavare dentro me stesso».
Nel tuo presente, da sempre, c’è anche il doppiaggio, annesso alla recitazione. Cosa ti regala, di anno in anno?
«Questo mestiere mi regala la possibilità di doppiare una telenovela che entrerà nelle case degli italiani tutti i giorni, come è stato per Endless Love, sempre per Canale 5, consentendomi di spaziare anche tra le serie Netflix, Amazon e Disney, vivendo in piena regola anche la direzione del doppiaggio. Una risorsa importante nella mia vita, uno stimolo giornaliero, che mi regala tanto, come l’opportunità di essere vissuto, a livello artistico, semplicemente per la voce che ho. Nonostante non abbia i social, sono davvero in tanti a dirmi che sono riconosciuto. Uno stimolo continuo, ulteriore, per continuare a fare questo mestiere».
Quali sensazioni sono legate al buio della sala da doppiaggio e al set?
«Sono completamente diverse! (Ride) Posso dirti che mi trovo bene in entrambe ‘i mondi’. Nella sala posso nascondermi, essere me stesso, proprio perché, come ti dicevo, non amo vivere di social, anche se un domani dovrò averli, per stare al passo con il mondo. La sala è, quindi, la mia tana, una cuccia. Il set mi porta, invece, a condividere una certa luce, un’armonia che si crea con i colleghi, con l’intera troupe. Entrambe mi regalano, ad ogni modo, tanto e mi portano a dover effettuare un lavoro su me stesso, sul mio essere».
Quali maggiori consapevolezze ti ha regalato questo percorso e quanto sei cambiato dai tuoi inizi?
«I rapporti, oggi, sono purtroppo complicati, e nel quotidiano e nel lavoro. È complicato viversi per via delle maschere, dei troppi compromessi legati al lavoro, per lo più alle persone, qualcosa che non vivo bene, per il mio essere reale. Fai fatica a fidarti, a capire con chi puoi essere te stesso, motivo per cui mi muovo con i piedi di piombo, senza aspettarmi nulla dalle persone, se non da chi mi circonda nel quotidiano. Una consapevolezza fastidiosa, una confessione fuori dai denti, che ti porta a non essere libero, a sentirmi fuori luogo, talvolta».
Da anni sei un papà e, a tal proposito, vorrei chiederti quali valori hai sempre cercato di trasmettere ai tuoi figli affinché potessero affrontare al meglio questo ‘nostro’ mondo?
«Non ho pensato a dei valori, in verità. Ho fatto in modo che potessero crearseli da soli, con il mio essere semplicemente padre, provando a dare un esempio legato all’educazione, al rispetto del lavoro, alla lealtà. I figli sono del mondo e, al di là di ciò che si può dare loro, o comunque trasmettere, saranno poi loro a capire cosa fare, realmente. Più che altro li ho ascoltati, senza essere mai un padre amico, un uomo che abbia dato dei consigli senza che qualcuno di loro me lo chiedesse. Sono diventato padre presto, a vent’anni, e ho sempre visto i consigli non richiesti come un giudizio, forse perché è capitato a me, o forse era soltanto un mio vedere le cose in maniera sbagliata».
Cosa c’è nel tuo futuro artistico?
«C’è da sempre il doppiaggio, come detto poc’anzi, che è la mia vita e poi c’è l’azienda, la Pumais due, una delle più importanti società italiane di doppiaggio».
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