Yari Gugliucci: recito per vocazione!

Yari Gugliucci è un attore di spessore, con una carriera trentennale alle spalle, ricca di un forte vissuto, di lavori e collaborazioni importanti.

Yari Gugliucci

Lo incontriamo, questo ottobre, per parlare del suo lavoro, del libro che ha scritto, della sua partecipazione a “I bastardi di Pizzofalcone” e “Luce dei tuoi occhi”, la nuova fiction di Canale 5. Parlare con Yari è piacevole, confidenziale e lo ringraziamo per questo.

Benvenuto su La Gazzetta dello Spettacolo a Yari Gugliucci. Come stai?

Vivo un periodo felice, sereno, dopo tanti anni di carriera alle spalle. Il lockdown ha calmato la mia corsa, il mio continuo viaggiare tra Roma e gli Stati Uniti. Ho ripreso in mano alcuni libri, ne ho scritti degli altri e tutto ciò mi ha rimesso in sesto. Al contempo, ti dirò, sono già finito nel turbine del lavoro, tra teatro e fiction. Sto dedicandomi ad uno spettacolo sulla controfigura di Totò, scritto da Emilia Costantini, su questo signore spesso ignorato, che ha realizzato cinquanta film insieme a lui. Ne è nato uno spettacolo molto bello, che porteremo in tour questo inverno, che ha già avuto il suo debutto a Capodimonte, questa estate, al Festival del Teatro. Il palcoscenico mi rasserena, mi permette di decidere cosa fare.

La situazione pandemica che viviamo tuttora, ha di certo modificato il nostro vissuto. Quali sono le tue sensazioni a riguardo?

Il mondo ha subito un cambiamento, un qualcosa di forte e inaspettato. Sono dieci anni che vivo tra New York e Roma, e posso dirti che anche lì le cose sono cambiate. Vedevo vivere la città a pieno, invece oggi vi è una migrazione. Personalmente, mi sono riavvicinato alle cose comuni, al vecchio libro di ricette e, se posso, vado spesso in campagna e magari prendo un lunedì in più di pausa. C’è un libro di cui vorrei parlarvi, “Manuale di un attore emotivo”, che è in uscita a breve. Una raccolta di tutti i miei appunti, ricco di metodi di lavoro dei grandi attori americani, dagli anni ’20 ad oggi. Un libro che è piaciuto molto a Terry Gilliam, tanto da volerlo recensire, arricchito da Lina Wertmuller e Giancarlo Giannini. Una sorta di antropologia dello spettacolo, un qualcosa che sorprende anche me. Giannini lo ha definito un libro necessario e, di questo, ne sono felice. Ti volti indietro e ti rendi conto di cosa è accaduto nel tuo vissuto. Un lavoro importante, in cui vi è tanto di oggettivo e poco di personale.

Yari Gugliucci

Come ti sei avvicinato al mondo della recitazione?

Si comincia con l’essere irrequieti, e si finisce per non fermarsi più. Segnali di un cattivo studio scolastico, di un carattere diverso dagli altri per difetto, non per pregio, perché magari si è tra quelli che creano più confusione: cosa mi diverte, cosa mi rende felice, vista la mia passione per l’imitare, il far ridere? Ho quindi scelto la strada dell’attore, prendendo parte ad una scuola piccola a Salerno, facendo poi l’aiuto regista per Casagrande, per poi passare all’epoca d’oro dell’Istituto Luce. A quei tempi il tutto era più divertente, c’era molta più competizione. Ho avuto il piacere di lavorare con tanti grandi attori, in tante serie e film noti e mai da protagonista, per fortuna. Il non essere protagonista, e quindi saturo, mi ha salvato. Ho avuto il piacere di vivere varie culture, lavorando all’estero o con mostri sacri. La soddisfazione più grande è stata quella di partire per gli Stati Uniti avendo la fortuna di non fare il cameriere. Ho sempre lavorato nel mio ambito, dai diciotto anni ad oggi.

Quanto c’è di te in ogni personaggio che hai avuto modo di portare in scena?

Tantissimo! Mi pongo una domanda del genere nel libro: quanto è importante trasformarsi completamente e avere invece una personalità così forte da imporla in ogni film? Esempio, Pierfrancesco Favino diventa Craxi ed è uguale, Sergio Castellitto impersona Padre Pio ed è uguale. Attori come Mastroianni, Totò, Troisi, De filippo non erano comunque grandi attori? Sono due strade diverse, ma personalmente non cerco mai l’annientamento dell’attore. Porto in scena ciò che di me piace agli altri, con il giusto tono di simpatia, pur interpretando un cattivo, un ruolo che non abbia nulla a che vedere con quella caratteristica. Sono a favore del racconto, di ciò che la storia dovrebbe delineare. Non bisogna dimenticare che dietro al personaggio c’è Yari Gugliucci!

Ti andrebbe di parlarci del tuo personaggio nella nuova fiction di Canale 5, “Luce dei tuoi occhi”?

Si tratta di una bellissima fiction realizzata molto bene da Fabrizio Costa. Una produzione importante, che non ci ha lasciato soli nemmeno nel momento in cui alcuni di noi si sono ammalati di Covid-19. Non ci hanno mai fatto sentire alcuna distanza o freddezza. Ringrazio per questo la Banijay, a cura di Roberto De Santis. Si tratta di un giallo molto articolato, realizzato davvero bene, ma non posso anticiparvi altro, purtroppo.

Chi è Yari nel privato?

Il lavoro per me è sempre stata una grande vocazione! Ho sacrificato tanto: non esiste più il Natale, l’estate, la famiglia. Questo lavoro ti porta sempre altrove, obbligandoti a sacrificare qualsiasi cosa. Tutte le volte in cui mi affeziono, sono costretto ad andare via. Ho vissuto per anni senza libri, senza quadri appesi al muro, perché ero sempre costretto a ripartire. Per questo, dicevo inizialmente, il lockdown mi ha portato a fermarmi, a vivere nel pieno tutto ciò che mi circonda.

Progetti futuri?

Dovrei cominciare la seconda serie di “Mina Settembre”, alcuni spettacoli teatrali e un nuovo lavoro per Mediaset con Giulio Manfredonia. Ci sono in arrivo due importanti produzioni Rai e Mediaset. Inoltre vi sarà una black comedy, distribuita dalla Zero 1, con Clementino, Pannofino e Paolo Ruffini, “Uomini da marciapiede” con Rocio Munoz Morales. In uscita, questo mese, Amazon America proporrà il lavoro scritto e interpretato insieme a Woody Allen, “Waiting For Woody”, presentato dalla Campari Cinema a Venezia.

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