Anna Godina: miro alla serenità, in ogni ambito della vita

“Una nuova vita” per Anna Godina, giovane attrice di talento, umile e sempre vogliosa di nuove esperienze.

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“Una nuova vita”, in onda su Canale 5, vede tra i suoi protagonisti la giovane e talentuosa attrice Anna Godina, intenta a raccontarsi, a svelarci qualcosa in più sul suo vissuto e approfondito studio che sta avvicinandola sempre più alla recitazione.

Benvenuta sul quotidiano La Gazzetta dello Spettacolo, Anna Godina. Sei tra i coprotagonisti di “Una nuova vita”, la nuova serie Mediaset in onda su Canale 5 da mercoledì 28 gennaio, capitanata da Anna Valle e Daniele Pecci e hai appena iniziato le riprese di “Memoriae”, una nuova serie Rai. Quanta emozione c’è, di volta in volta, nell’affrontare un nuovo progetto?
«C’è sempre molta emozione, ma oggi c’è soprattutto una grande consapevolezza. Una nuova vita e Memoriae rappresentano per me due occasioni importanti, due ruoli di responsabilità di cui mi sento fiera, orgogliosa e profondamente grata. Sono il frutto di anni di studio, di lavoro e di investimento continuo, iniziato molto presto. Sentire che tutto questo sta trovando spazio e fiducia è qualcosa che ha un peso reale, non solo emotivo. E’ una conferma del percorso fatto».

Anna Godina e Daniele Pecci in Una nuova vita
Anna Godina e Daniele Pecci in “Una nuova vita”

Che cosa ti regala, oggi, il tuo lavoro da attrice?
«Il mio lavoro mi regala una possibilità rara: quella di attraversare l’essere umano in tutte le sue complessità. È un lavoro che mi mette in una ricerca continua. È un mestiere che tiene insieme istinto, creazione e consapevolezza e mi chiede ogni volta di rimettermi in gioco, di trovare qualcosa di nuovo, in modo libero dai blocchi per essere il tramite di un racconto altro da me. Sia Asia, il personaggio che ho interpretato di Una nuova vita, che Chiara, il personaggio che interpreto in Memoriae, sono ruoli che ho preparato con Paolo Antonio Simioni, l’acting coach che seguo da due anni. Lui, assieme a Alessia Pellegrino, la sua assistente, hanno creato EuAct, una vera e propria palestra attoriale: uno spazio di studio immersivo, in cui il lavoro è continuo e condiviso, e in cui si è completamente dediti alla ricerca, alla pratica e allo studio. La prima cosa che ho imparato lì, e di cui sono molto grata, è proprio questo: prendermi cura del mio lavoro. Il percorso è orientato alla scoperta del personaggio, è come uno strumento di cui man mano scopro la partitura, le ‘note’ che posso suonare. Il lavoro di conoscenza del personaggio si stratifica nel tempo, mantenendo sempre vivo il corpo, la reattività, l’istinto, i conflitti, le relazioni, i sensi, l’attenzione e la mia individualità attoriale. Questo mi ha dato una libertà enorme sul set. Naturalmente tutto questo entra poi in dialogo con il regista, con il racconto che vuole fare, con i compagni di scena e con tutte le maestranze: dalla fotografia al suono, dai costumi a ogni reparto».

Approfondire una passione con un costante studio può fare la differenza…
«Assolutamente sì. È fondamentale continuare a studiare per conoscere l’essere umano e per comprendere e allenare sempre meglio il proprio strumento, imparando a suonarlo ogni volta in modo nuovo e sempre più libero e consapevole. È importante trovare un luogo in cui potersi allenare, praticare, studiare insieme agli altri: il nostro lavoro non esiste senza ‘l’altro’. Lavorare a fondo, in maniera minuziosa, è faticoso ma bellissimo, ed è incredibilmente appagante dal punto di vista creativo».

Ho avuto modo di intervistare un tuo collega della serie Una nuova vita, Francesco Ferdinandi, e di parlare di quanto sia stato bello, ‘spontaneo’, fare famiglia durante il lungo periodo di lavorazione della serie. Un periodo particolare perché vissuto lontano da casa, da ogni ‘solido’ riferimento. Come hai attraversato quel ‘momento’?
«Una nuova vita è una serie fortemente corale. Questo ci ha permesso di ritrovarci spesso insieme, quasi con tutto il cast. Il regista, Fabrizio Costa, ha creato un clima ottimo: siamo tutti individui diversi, ma accomunati da una grande cura per l’altro. Questo ci ha permesso non solo di lavorare bene insieme, ma di diventare amici, di fare appunto ‘famiglia’, di condividere cene, risate, momenti che continuano ancora oggi. Lo stesso è accaduto con la troupe: personalmente ho passato molto tempo con loro anche fuori dal set. Abbiamo girato per due mesi in Trentino, in particolare a San Martino di Castrozza e in Primiero, nel mese di maggio, con pioggia continua e nel periodo di chiusura di tutte le attività. Eravamo letteralmente solo noi. Se non ci fossimo trovati così bene, sarebbe potuto essere un disastro. Si è, invece, creata una vera comunità, anche nei momenti più complicati, tra cambi di programma e serate chiusi in hotel».

Un percorso giovane, il tuo, ma già strutturato. Cosa ti ha portata fin qui?
«Ho incontrato questo lavoro a sedici anni, quasi per caso. Mi ero presentata a una selezione per fare la comparsa in un film. Dopo quattro o cinque provini, mi sono ritrovata all’ultimo in presenza di Ivan Cotroneo, che mi ha scelta per un ruolo nel suo film, Un bacio. Ho lavorato sul set per due settimane e lì è successo qualcosa di molto chiaro. Quando il set è finito, ho provato una sensazione simile a quella che si ha alla fine di un gran concerto: sei pieno di emozioni e subito dopo arriva una malinconia fortissima, un vuoto da ricolmare. Quel vuoto è stato talmente forte che ho capito che non potevo farne a meno. Da lì ho iniziato a studiare con l’obiettivo di entrare nelle migliori accademie d’italia e, a diciotto anni, non appena finite le superiori, sono entrata al Piccolo Teatro di Milano. Ancora oggi, ogni volta che lavoro, penso che se dovessi morire di colpo quel giorno sarei felice. È quello che viene chiamato il “fuoco attoriale”. Un fuoco di cui non puoi fare a meno, nonostante le difficoltà, la resistenza e l’investimento a lungo termine che questo mestiere richiede».

Quali ruoli vorresti poter impersonare?
«Un ruolo in una commedia, ironica e divertente, qualcosa che ad oggi non ho ancora affrontato.

Chi è Anna al di là della passione per il suo lavoro?
«Sono una persona molto inquieta, sempre alla ricerca di avventura, di una fonte continua di vita e vitalità. Un medico che negli anni mi ha aiutata a guarire le mie ferite – ferite reali, procurate nelle mie pazzie tra motorino, mare e scogli – una volta mi disse: “Quando sei sotto adrenalina perdi la capacità di valutare il rischio”. Aveva ragione. Non sono brava a gestire i rapporti tramite il telefono, ma dal vivo in grande pienezza. Anche dopo mesi, a causa della distanza, è come se ci fossimo visti il giorno prima. Sono triestina, e l’aperitivo per noi è fondamentale, come il caffè per i napoletani: è legge in città (ride). Spesso è anche l’occasione per raccontarsi davvero. Amo molto viaggiare, visitare musei, la montagna, il mare e il ballo, una passione che sto riscoprendo».

Come vivi il rapporto con il pubblico e i social e, al contempo, la possibilità di poterti ritrovare dinanzi al loro ‘giudizio’, sempre artisticamente parlando?
«Sono molto più attiva sui social quando promuovo il mio lavoro. Mi piace il confronto con il pubblico, soprattutto alla messa in onda di un progetto. Per quanto riguarda il teatro, sarei felice di farne ancora e di farlo più spesso. Seguo con grande affetto i miei compagni di studio del Piccolo quando sono in tournée, gioendo dei loro successi».

Quali sogni vorresti poter concretizzare, al più presto?
«Ad oggi, forse, la cosa che più desidero per la mia vita è riuscire a mantenere una certa serenità e una fiducia che di certo è molto più facile avere quando si hanno delle conferme lavorative. Una serenità che mi consenta di poter guardare ad ogni cosa con tranquillità, senza baratri in cui cadere. Baratri già vissuti, da cui sono uscita con forza, sempre a testa alta, ed oggi miro a quella serenità di cui ti parlavo, in ogni ambito della vita».

C’è mai stato un piano B nella tua vita, un’idea, perlomeno, al di là della recitazione?
«Il piano B è sempre stato una questione aperta. Quando feci le selezioni per il Piccolo avevo pensato all’università, mass media e marketing, sapendo quanto fosse difficile entrare al primo colpo. E invece sono entrata subito, proprio nell’accademia in cui meno me lo aspettavo. Ricordo ancora la chiamata di Roberta Zanoli: su 1250 candidati, ero tra i 26 selezionati. Ho frequentato il liceo linguistico e parlo inglese, spagnolo e francese. Questo mi ha permesso di fare molti lavori diversi negli anni per essere autonoma e sostenere i miei investimenti artistici. So con certezza e per esperienza che non potrei mai fare un lavoro d’ufficio, fermo, ripetitivo: mi spegnerebbe. Oggi sento che il mio “piano B” è qualcosa da affiancare alla recitazione, magari sempre in ambito artistico ma dietro le quinte, un lavoro a progetto che mi permetta di aprire lo sguardo, avere una stabilità, un lavoro a cui essere dedita senza rinunciare al lavoro che amo».

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