Nuova serie per l’apprezzatissimo Kaspar Capparoni, un ruolo che sente vicino per la “natura vissuta”, un progetto da… “Una nuova vita”.
“Una nuova vita”, la nuova fiction Mediaset in onda da questo 28 gennaio, segna l’atteso ritorno di Kaspar Capparoni, attore più che amatissimo dal pubblico, con noi per raccontarci le sensazioni provate durante la lavorazione, con uno sguardo da volgere ai progetti futuri, al teatro…
Ben ritrovato sul quotidiano “La Gazzetta dello Spettacolo“, Kaspar Capparoni. Da questo 28 gennaio potremo ritrovarti ne “Una nuova vita”, la nuova fiction Mediaset diretta dal regista Fabrizio Costa. Cosa puoi svelarci, nei limiti del possibile, sulla trama e sul tuo personaggio?
«Quando si tratta di ‘gialli’, di storie controverse, risulta sempre difficile parlarne a dovere. Posso dirti che si tratta di una storia dai sapori quasi Shakespeariani, sotto certi punti di vista, di amori che si intrecciano, di omicidi che si verificano e tutto questo chiaramente crea un cocktail di conflitti, qualcosa di molto avvincente. Abbiamo girato in montagna, una location stupenda, caratterizzata da un fascino unico, un luogo in cui sono cresciuto e, nella fattispecie, tornando alla trama, parliamo di una valle ‘chiusa’, costituita da segreti, da una guerra tra famiglie…».
Cosa dire sul cast, sui tuoi compagni di avventura?
«Il rapporto con i ragazzi è stato stupendo e forse questo era dovuto anche al fatto di essere soli, a stretto contatto per mesi, portati a condividere tutto. È stato profondo e bello proprio perché c’è stato modo di potersi conoscere al massimo».

Un ruolo, quello di Raul, compatibile con il tuo essere, con le passioni che da sempre ti caratterizzano?
«In questo suo essere estremo e nel modo di vivere mi riconosco, certo, anche se non ha altro a che vedere con me. Tornando ai colleghi, è la prima volta che lavoro con Anna Valle, e devo dire che ho conosciuto una persona squisita, una grande lavoratrice, una donna dolcissima con cui mi sono trovato molto bene. Con Daniele Pecci, invece, ho già condiviso delle situazioni teatrali, in passato, e anche con lui sono stato bene, così come con le figliole avute sul set. Mi sono divertito! Sono stato felice, tra l’altro, di ritrovare Fabrizio Costa, con cui ho precedentemente lavorato in “Donna Detective”, una vera garanzia, un uomo molto abile nel suo mestiere.
Una vera e propria avventura nell’avventura, quella vissuta…
«Fondamentalmente si e poi, ripeto, quei posti sono magici e riescono a creare un’alchimia unica, cosa che spero si avverta anche a casa, nel nostro modo di raccontare tutto questo».
Avremo modo di conoscere a brevissimo i risultati di questo prodotto…
«Come sai noi attori abbiamo una parziale conoscenza di tutto ciò che ne sarà. Di conseguenza anche noi siamo curiosi di conoscerne il contesto, il reale montaggio, il tessuto di questa storia».
Cosa ti ha regalato questo percorso artistico con il passare degli anni, quali maggiori consapevolezze?
«Cosa mi ha regalato? Dal punto di vista professionale tantissimo! Non è facile parlarne, nel mio caso, perché ho vissuto e vivo due modi diversi di affrontare questo mestiere. Un tempo il tutto era svolto in maniera più professionale, oggi è, inversamente, quasi improvvisato, ma forse non è il termine adatto. Forse dovrei dire che oggi utilizziamo punti differenti, e abbiamo, quindi, un’attenzione differente, rispetto alla metodicità di un tempo. Si tratta comunque di un mestiere unico, che ti porta, per fortuna, a spaziare ma, di mio, posso dirti che sento di aver fatto poco rispetto a quello che avrei potuto dare. Un vero cruccio per me, portato a pretendere tanto dalla mia persona, fino a pensare di essere quasi insoddisfatto».

Pensi sia mancato qualcosa di ‘fondamentale’, ad oggi?
«Attualmente posso dirti di avere una maggiore propensione nello stare dall’altra parte della camera, anche se non è sempre facile avere una fiducia da accordare. Sto, ad ogni modo, realizzando delle mie operazioni, un musical, in una certa maniera, ed ho voglia di poter portare tutto a termine. Tornando alla domanda principale, mi è forse mancato un po’ di cinema che, in Italia, continua, purtroppo, ad essere un circuito chiuso. Per come vanno le cose, forse è meglio continuare a fare una giusta televisione, con le dovute competenze. Questo paese potrebbe dare tanto, dal punto di vista artistico e creativo, ma qualcosa è cambiato, non si sa come e perché, e questo rappresenta un vero peccato».
A livello teatrale cosa possiamo aspettarci, in futuro?
«Sono alle prese con un progetto, “Sogno è – Il Musical”, che nasce in una maniera molto particolare perché caratterizzato da una masterclass di un anno. Gli allievi, con il loro lavoro e dei professionisti di fianco molto preparati, realizzeranno in tutto e per tutto, sin dalle origini, il musical e la sua conseguente tournée. Di necessità si farà, dunque, virtù, a partire delle audizioni stesse, previste dal primo febbraio in tutta Italia. Tra i nomi di spicco, Vladimir Derevianko, in un percorso atto a tramandare ai giovani ciò che io e molti altri artisti abbiamo appreso dai nostri maestri».
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