Giorgio Tirabassi: “Balene” un set semplice e pieno di allegria
Una sentita intervista all’attore Giorgio Tirabassi che lo vede protagonista su Rai 1 nella serie “Balene – Amiche per sempre”.
Incontriamo Giorgio Tirabassi, un altro protagonista di “Balene – Amiche per sempre”, la fiction Rai ad opera del regista Alessandro Casale. L’incontro con Tirabassi si rifà all’esperienza vissuta al fianco dei suoi nuovi compagni di set, sensa dimenticare le esperienze precedentemente vissute, come “Distretto di Polizia”, un indimenticato successo…
Benvenuto su La Gazzetta dello Spettacolo, Giorgio Tirabassi. Un nuovo ruolo ti vede protagonista la domenica sera su Raiuno, “Balene – Amiche per sempre”, per la regia di Alessandro Casale. Come ti sei preparato a questa ennesima esperienza televisiva?
Mi sono avvicinato al ruolo di Riccardo Villa entrando, semplicemente, nella narrazione, in quello che era il tono della commedia. L’arco narrativo è stato molto stimolante, così come il rapporto con Veronica Pivetti, sin da subito ricco di complicità, di partecipazione. Ci conoscevamo già ma non avevamo mai lavorato insieme. Essere su quel set ha rappresentato qualcosa di molto semplice.
Una serie, “Balene”, che lancia dei messaggi positivi, arricchita da una nota di giallo, accompagnata anche da una serie di situazioni che mirano ai sentimenti…
Esatto! C’è questa linea gialla che si fonde bene con il dramma romantico e con la commedia. Una formula abbastanza collaudata, molto chiara, con uno spazio riservato anche all’amicizia. I protagonisti hanno sui sessant’anni, un’età che parla in maniera diretta allo spettatore, e sono proprio loro a decidere cosa vedere, così come i giovani. Aspettare la puntata successiva è un classico della nostra generazione, di chi ha voglia di aspettare di vedere il resto. Delle puntate arricchite da un tono carino, garbato, con le sue linee trasversali, tra famiglie allargate e incomprensioni, qualcosa che parla di oggi…
Personalmente, ho avuto l’impressione di trovare sullo schermo un Cicerino, il personaggio interpretato ne “I Liceali” del 2008, ancora più maturo…
Si! (Ride) Dal punto di vista attoriale è stimolante creare una dinamica importante, simpatica, tra me e Veronica. È alla base di ogni commedia. Questo set ci ha divertito sin da subito e, generalmente, quando ti diverti il tutto traspare facilmente anche al pubblico.
Consentimi di dirti che siamo cresciuti con te, con i tanti personaggi interpretati, con gli ‘insegnamenti’ legati alle serie e film vissuti. Quali consapevolezze, a tal proposito, ti caratterizzano?
Le consapevolezze arrivano con gli anni, con le conferme da parte del pubblico, qualcosa di mai del tutto definitivo. L’esperienza, di certo, mi ha donato un po’ più di tranquillità, dopo quarantacinque anni di carriera. Oggi posso dirti che percepisco anche la pensione, qualcosa a cui non avrei mai pensato, almeno all’inizio, motivo per cui sento di essere più tranquillo, di poter scegliere ciò che voglio fare, ma non sento affatto di essere un pensionato. Le consapevolezze legate ai lavori che ho fatto le porto con me, così come ciò che mi dicono le persone in strada, affezionati ad un personaggio piuttosto che a un altro. C’è ancora chi vede “Distretto di Polizia”, che si tratti o meno di repliche, lo stesso vale per il mio macellaio che, puntualmente, mi ricorda di rivedere la serie ogni mattina, alle cinque.
Una serie, “Distretto di Polizia” che, se tornasse in auge, potrebbe regalare ancora tanto al pubblico…
Si, ma purtroppo gli interpreti oggi hanno venticinque anni in più e qualcuno non è nemmeno più con noi. Ripetere un successo, solitamente, non va mai bene, quindi forse è meglio così.
Nel tuo percorso artistico non è mancato il teatro, qualcosa di fondamentale, un ‘incontro’ diretto con il pubblico?
Certo, è qualcosa di più immediato, di più diretto. L’ho fatto per tanti anni, con l’energia di quando ero giovane. Dopo un po’, è però subentrata una certa abitudine per gli orari, per una vita più tranquilla, senza fatica alcuna. Se ci fossero degli spettacoli al pomeriggio farei soltanto teatro, ma non è così, purtroppo. Mi ha comunque dato una formazione utile, quando ho avuto bisogno di approcciarmi ad un determinato personaggio. Lo stesso è valso per Distretto, che per tutti noi ha rappresentato un’esperienza diversa. Giravamo fino a sette scene al giorno, dall’interrogatorio, alla scena d’azione, a fatti di cronaca cruenti. E poi c’era la commedia, fatta da attori capaci, da Marzocca a Morozzi, a Ferreri, fino a Memphis e Nobile. Un clima magnifico, che ci ha permesso di divertirci tanto.
Un gruppo di lavoro ben coeso e più che valido, qualcosa di molto evidente…
E certo! Quando l’atmosfera è buona, come dicevo poco prima, inevitabilmente arriva anche al pubblico.
C’è stata una nota stonata in questo percorso, qualcosa che con il senno di poi cambieresti?
Ma sai, non conviene neanche pensarci. In quarantacinque anni chiaramente accade qualcosa che avresti preferito non fare. Preferisco non ricordarlo, pensando alla vita artistica, al privato, che mi rende molto felice, e che sono riuscito ad equilibrare. Ho un ottimo rapporto con i miei figli, che ormai sono grandi, sono stato spesso presente, sempre limitatamente a ciò che mi ha concesso il lavoro. Accade anche nella vita familiare di voler cambiare delle cose, ma è la vita!

Giorgio e la musica, qualcosa a cui tieni particolarmente. Quale rapporto nutri a riguardo?
Il rapporto con la musica è nato prima di ogni cosa. A quattordici anni ho preso in mano la chitarra e non l’ho più lasciata. Mi sono interessato a tanti generi musicali, che si tratti di Roma e delle sue tradizioni, o della cultura napoletana. Con degli amici jazzisti abbiamo realizzato un disco, qualcosa che avrei voluto fare sin da ragazzo, in maniera più professionale. È, ancora oggi, un mio grande hobby.
Quali consigli rivolgere ai giovani, a chi vorrebbe ‘incontrare’ in maniera approfondita la recitazione?
Chi ha le idee chiare seguirà questa strada, chi non ne ha una reale intenzione seguirà di scegliere altre occasioni. Per poter fare questo lavoro bisogna impegnarsi. Sono più i mesi in cui sei a casa con le tue crisi esistenziali, cosa che non vale ovviamente per tutti, che quelli in cui sei sul set. Non esistono reali consigli. Decidere di seguire una determinata strada significa amare realmente, quella strada.
Quanto pensi sia cambiato il modo di fare cinema e televisione?
È cambiato da quando c’è stato l’avvento dei talent show e dei reality, perché molti credono che fare questo lavoro voglia dire diventare famosi. Quando ho cominciato si parlava di teatro povero, di una figura politica legata al teatro. Ricordo che andai a vedere Gianni Santuccio a Milano, con Gigi Proietti, e conobbi un vecchio che aveva fatto la storia del teatro. Qualcosa di importante. Un’altra situazione poco chiara è legata ai social. Il mestiere, personalmente, l’ho imparato stando in palcoscenico, e si può apprendere anche seguendo la scuola napoletana, osservando le ‘opere’ di un modernissimo Edoardo De Filippo.
In ultimo, ti chiederei qualche anticipazione sul tuo futuro artistico?
Ho varie proposte tra cui scegliere e lo farò pensando a ciò che di più gradevole mi arriverà e in base alle forze che avrò. Tutto ciò, senza togliere tempo alla famiglia.
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