Alejandro Radawski

Alejandro Radawski: siamo esseri umani, prima di ogni cosa

A tu per tu con il regista Alejandro Radawski, che ci racconta del suo prossimo spettacolo “Manichino. Sulla gentilezza degli estranei”.

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In scena il prossimo 18 e 19 novembre 2025 lo spettacolo ad opera del regista Alejandro Radawski, “Manichino. Sulla gentilezza degli estranei”, previsto al Teatro Teatro Trastevere. Un progetto che parla a tutti, non soltanto alle donne…

Benvenuto su La Gazzetta dello Spettacolo, Alejandro Radawski. Il 18 e il 19 novembre sarà in scena un tuo spettacolo, “Manichino. Sulla gentilezza degli estranei” e, a tal proposito, vorrei chiederti il significato di questo titolo così criptico eppure così intrigante? Chi sono questi gli ‘estranei’?
«Prima di rispondere alla domanda, credo sia importante spiegare quali sono stati i miei punti di partenza per creare questo lavoro. L’ispirazione arriva da due personaggi teatrali iconici: Nora Helmer di Casa di bambola e Blanche DuBois di Un tram che si chiama Desiderio. “Manichino” ha molti significati. È un oggetto usato per vendere, un oggetto da vetrina, qualcosa che deve apparire bello, perfetto, attraente. È, in un certo senso, la mia interpretazione poetica di questi personaggi: Nora doveva sempre sembrare una bambola, impeccabile, e Blanche, creata dal genio di Tennessee Williams, un autore che ho sempre profondamente ammirato, vive anch’essa imprigionata nelle aspettative altrui. Nora e Blanche, per me, rappresentano ribellione e libertà, spesso interpretate come pazzia, perché ci hanno educati a entrare in uno stesso stampo, a pensare, comportarci ed esprimerci in modo simile, accettabile, ‘corretto’. E se non lo facciamo, allora siamo considerati folli o ‘strani’. Oggi molte persone sono ossessionate dal giudizio degli altri, soprattutto di sconosciuti nascosti dietro uno schermo. Viviamo per piacere agli estranei. Il sottotitolo “sulla gentilezza degli estranei” lo prendo proprio da una delle ultime frasi di Blanche, quando sua sorella Stella decide di farla ricoverare in un istituto psichiatrico e Blanche dice al medico che è venuto a prenderla: «Chiunque tu sia, ho sempre dipeso dalla gentilezza degli estranei.» Una frase che racchiude la fragilità di una vita segnata da ferite, eccessi e smarrimento».

Uno spettacolo che parla di donne, di follia, quanto c’è di te in ogni progetto realizzato?
«Per me è uno spettacolo sulle persone, su tutti noi. Non faccio distinzioni tra uomini e donne o tra nazionalità: siamo esseri umani, prima di tutto. La protagonista della mia opera si chiama Linda ed è una donna perché ho scelto di lavorare con Laura Sellari, un’attrice eccezionale, con una capacità espressiva, una disciplina e un impegno teatrale che raramente ho incontrato nella mia vita. Questo significa che adatto i personaggi in base alla qualità della persona con cui amo lavorare. Se un giorno dirigerò Amleto in Italia, Laura sarebbe Amleto. Non cercherei un uomo solo perché il personaggio è maschile. Quanto c’è di me? Credo parecchio. Non sono una persona politicamente corretta, non mi interessano le opinioni, non per un atto di superbia, ma perché vedo le opinioni come atti di odio, invidia e risentimento, dove molte persone esprimono le proprie limitazioni e frustrazioni. Per questo faccio ciò che desidero, cercando di imparare dai miei errori invece che basarmi sulle aspettative altrui. Il prezzo è essere considerato ‘strano’ o ‘pazzo’, ma sono profondamente felice così. La chiave è la libertà e la ribellione, proprio come Blanche e Nora».

Quali sensazioni ti legano alle tavole del palcoscenico, al contatto con il pubblico presente in sala?
«Il mio obiettivo come regista è provocare il pubblico, metterlo a disagio, farlo riflettere. Non faccio teatro per compiacere gli spettatori, perché altrimenti dovrei fare ciò che vogliono loro e non ciò che voglio io. Faccio teatro per trasformare, anche solo per un attimo, chi guarda».

Quali anticipazioni sul tuo futuro artistico?
«L’idea, insieme a Laura Sellari e alla talentuosa assistente alla regia Anna Della Bruma, è di portare “Manichino” in tournée in Italia e in Europa, e dopo il debutto iniziare a candidarlo a diversi festival internazionali. Poi, a livello personale, ho una serie di progetti teatrali in Polonia, Finlandia, Estonia, Francia, Spagna e Argentina, dove lavoro ogni anno in modo sistematico e continuativo. Viaggiare nel mondo facendo teatro non è un progetto: è il mio modo di vivere».

Su Alessia Giallonardo

Nasco a Benevento, nel 1986. testarda a più non posso, perché Toro. Amo la fotografia sin da quando ero piccola e devo questa passione a mio padre. Stesso discorso per la scrittura, per ogni singola sfumatura di un racconto, di un vissuto, di uno storico incontro.

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