Alessandro Haber in tournée con “Volevo essere Marlon Brando”, uno spettacolo autobiografico e persuasivo che mescola vita, teatro e ironia.
Alessandro Haber, uno degli attori più carismatici e irriverenti del panorama italiano, torna in tournée dal 7 novembre al 21 dicembre con l’attesissimo spettacolo “Volevo essere Marlon Brando”. Non si tratta di una semplice pièce teatrale, ma di un intenso e travolgente racconto, a metà strada tra confessione e sogno, che porta in scena la vita vissuta senza sconti e senza filtri del suo protagonista. Un progetto ambizioso, firmato da Giancarlo Nicoletti, che esalta il flusso di coscienza dell’attore, rendendo il pubblico parte attiva di un’esperienza profondamente umana.
Dopo il debutto estivo al Festival di Borgio Verezzi, l’opera, prodotta da Goldenart Production in coproduzione con il Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia e sostenuta dal Ministero della Cultura, si appresta a toccare le principali città italiane, da Limbiate (MB) a Ferrara, passando per Padova, Roma, Trieste, Verona e Bolzano. Un’occasione unica per vedere l’artista confrontarsi con la sua stessa esistenza.
Una “chiamata” inaspettata: l’inizio del viaggio
Lo spettacolo prende il via da uno spunto drammaturgico insieme ironico e poetico: una voce, surreale e inattesa, che irrompe nella vita di Alessandro Haber e gli impone un conto alla rovescia di sette giorni. Una settimana di tempo per fare ordine tra ricordi, desideri, cadute e rinascite, prima di un appuntamento inevitabile.
Questa chiamata, che per l’attore può essere la coscienza o forse un richiamo dall’alto, diventa il motore narrativo per svelare l’uomo oltre l’artista. Non un banale monologo celebrativo, ma un flusso continuo in cui la realtà si mescola senza sosta all’immaginazione. Le recensioni uscite dopo il debutto estivo sottolineano come questo espediente narrativo regali al pubblico «un viaggio tra realtà e immaginazione» capace di mantenere alta l’attenzione e l’emozione.
Tra Tel Aviv e Verona: un’esistenza in bilico
Il racconto teatrale è un vero e proprio mosaico che ripercorre le tappe cruciali della vita di Haber, un’esistenza segnata da scelte controcorrente e una vocazione teatrale vissuta come un destino. L’attore rievoca:
- L’infanzia tra Tel Aviv e Verona, un doppio legame culturale che ha plasmato il suo carattere.
- Gli amori tormentati e gli amici di sempre, figure che riaffiorano in scena.
- I successi e le cadute, senza omettere debolezze o errori, in un atto di onestà intellettuale.
L’opera è tratta dall’omonima autobiografia “Volevo essere Marlon Brando” scritta da Alessandro Haber insieme a Mirko Capozzoli edita da Baldini&Castoldi, e porta sul palco non solo le sue esperienze cinematografiche e teatrali, ma anche il suo rapporto viscerale con la musica, che nello spettacolo è valorizzato dalle musiche originali composte dal duo Oragravity e da canzoni interpretate dallo stesso Haber.
La potenza del Teatro-nel-Teatro
La regia di Giancarlo Nicoletti costruisce uno spazio scenico – un grande camerino zeppo di oggetti-ricordo – che diventa una «finestra sulla sua realtà, dove ogni elemento scenico è pensato per coinvolgere e sorprendere». Non è un semplice palcoscenico, ma uno spazio mentale, affettivo ed emotivo.
Lo spettacolo si sviluppa come un audace teatro-nel-teatro in cui i confini tra l’attore e l’uomo si dissolvono continuamente. Haber non è solo in scena: è affiancato dagli attori Francesco Godina, Brunella Platania e Giovanni Schiavo, che, pur non essendo definiti nel ruolo, interagiscono come comprimari, amori o voci della coscienza, arricchendo il flusso di coscienza del protagonista.
«La drammaturgia evita il monologo tradizionale per puntare su un approccio corale, dove altri attori si alternano nelle vesti di comprimari, amici e amori, aggiungendo ulteriore profondità alla rappresentazione», evidenziano le analisi di settore.
Un atto d’amore per l’arte e il pubblico
“Volevo essere Marlon Brando” è una celebrazione della vita e del teatro, un’opera che, secondo le prime recensioni, si dimostra «irriverente e sincera, spietata e commovente». La risata si intreccia alla commozione, il dramma abbraccia la leggerezza.
L’attore si mette in gioco fino in fondo, senza schermi né protezioni, in una performance che non ha paura di osare, dove l’interazione con il pubblico è un elemento chiave, riaffermando il teatro come rito comunitario e condiviso. Il finale, un punto di domanda lasciato aperto, non offre risposte definitive, ma invita alla riflessione, consolidando lo spettacolo come un’esperienza partecipativa e avvincente.
L’opportunità di assistere a questo racconto viscerale di uno dei grandi maestri del teatro italiano si configura come un evento culturale di notevole impatto emotivo e artistico.
La Gazzetta dello Spettacolo Il quotidiano dello ShowBiz

