Le canzoni inglesi: Marco Ligabue e il nuovo singolo
Intervista al talentuoso Marco Ligabue, bravissimo cantautore e chitarrista molto attivo anche nel campo sociale.
Marco Ligabue nasce a Correggio, è fratello minore di Luciano e come lui ama la musica, anche se fino all’età di 40 anni ha preferito non cantare, pur non allontanandosi mai dal mondo delle note.
Nel tempo sono poi scattati alcuni meccanismi che lo hanno indotto ad abbattere le barriere della resistenza e a diventare il bravissimo solista che conosciamo oggi, dimostrando così il suo grande talento, la sua immensa passione per la musica e la sua naturale bravura.
Oggi lo abbiamo incontrato per parlare dell’ultimo singolo che si intitola “Le canzoni inglesi”, un brano che farà parte di un album di uscita nel prossimo autunno.
Bentornato a Marco Ligabue sul quotidiano “La Gazzetta dello Spettacolo”. Dal 21 marzo, in radio e sui digital store, è possibile ascoltare il tuo nuovo singolo “Le canzoni inglesi”: raccontaci di questo nuovo progetto.
Questa canzone è nata dalla voglia di riavvolgere il nastro, in particolare per tornare al periodo in cui andai per la prima volta a Londra, era il 1988 ed avevo 18 anni. Non c’erano cellulari, non c’era internet… fu tutta una scoperta!
Venni conquistato, in special modo, da Camden Town, una zona dove, a livello culturale, trovavi di tutto: musica live, dischi in vinile ovunque, mercatini di vestiti stravaganti, punk, rock and roll… sembrava la mia Gardaland, proprio quello che stavo cercando nella musica!
Londra mi è, praticamente, arrivata addosso come un treno; le canzoni inglesi le ho sempre tenute sott’occhio, è musica che mi ha sempre fatto bene all’anima e così, dopo averne assorbita tanta, mi è venuta voglia di riavvolgere il nastro e dedicarci un brano.

Chi ha collaborato con te alla realizzazione di “Le canzoni inglesi” ?
Le canzoni, melodia e testo, le scrivo sempre voce e chitarra. Mi piace, poi, arrangiarle e vestirle sempre con la band. Per me la componente umana è ancora decisiva, in un mondo che va sempre più verso il digitale e l’intelligenza artificiale, è sempre bello ritrovarsi in studio con dei musicisti. Con me c’erano Jack Barchetta al basso, Johnny Gasparini che è il mio chitarrista storico, e mio nipote Lenny, figlio di Luciano, alla batteria. Ho fatto ascoltare il brano e così, pezzo dopo pezzo, lo abbiamo arrangiato insieme a Francesco Landi, un produttore molto giovane, completando il tutto.
Mi ha colpito una frase in particolare: “Prenoto un biglietto per tornare al passato”. Ecco, se tu potessi per davvero tornare nel passato, cosa cambieresti, potendolo fare?
Ho avuto una vita bella e densa, per cui non ho particolari rimpianti, però con “il senno del poi” ci sono due cose forse che proverei a rifare con la testa di oggi: farei il liceo classico… un po’ invidio la proprietà di linguaggio di chi ha avuto modo di frequentarlo. Io ho fatto l’Istituto tecnico perché una volta si ragionava su cosa fosse più funzionale per andare a lavorare, sembrava una cosa infinita, tra liceo e università; e poi, soprattutto, avrei iniziato a cantare prima. Io ho iniziato a cantare tardi perché Luciano, che mi ha preceduto, è diventando così famoso, così bravo, ha vinto migliaia di premi… ho sempre vissuto il timore di mettermi davanti ad un microfono, quasi con paura.
Solo a 40 anni ho deciso di fare il cantautore, avevo anche già le canzoni… ecco, come dicevo, “con il senno del poi” direi: “Fregatene delle tue paure, buttati e mettiti davanti ad un microfono”.
Tu hai una peculiarità, quella di coinvolgere il pubblico durante le tue live. Come nasce questa attitudine?
E’ una caratteristica che mi sono ritrovato e che non sapevo di avere (ndr ride); come ti dicevo, avendo iniziato tardi a fare il cantautore, in precedenza scrivevo canzoni, facevo il chitarrista in vari progetti di band e per questo stavo al mio posto.
Quando ho iniziato a calcare da solo il palco, stando davanti ad un microfono ho capito che dovevo inventarmi qualcosa per attirare l’attenzione del pubblico, per renderlo partecipe… e mi sono ritrovato predisposto a coinvolgere il pubblico. Lo faccio in mille modi: facendolo cantare, facendolo riflettere, parlandoci direttamente, così da trascinare, anche attraverso la musica, fisicamente la platea.
Un’attitudine che mi sono ritrovato ma che poi, facendo tante live e concerti, viene sempre più spontanea e naturale… e devo dire che tutto questo rende veramente magiche le serate: ottenere l’attenzione e la partecipazione del pubblico, soprattutto per chi fa musica, è una delle soddisfazioni più belle.
Cosa è scattato in te che ti ha portato a prendere la decisione, il coraggio di diventare cantante solista?
Non so con precisione, sono state una serie di molle a scattare, non è stata una sola cosa. Probabilmente hanno concorso a questo il fatto che a 40 anni hai una maturità diversa, ed hai anche una visione delle cose differente. Sicuramente c’è una maggiore consapevolezza, per cui andando avanti un po’ te ne freghi delle cose; cioè, se scrivo le mie canzoni, perché non le devo cantare? Se mi piace cantare le mie canzoni, vado avanti e succederà quel che succederà. Questa è stata una componente.
Il secondo motivo è legato al fatto che stavo scrivendo delle canzoni con uno stile sempre più cantautorale, iniziavo a sentirmi un po’ stretto all’interno di una band essendone “solo” chitarrista… quindi, nonostante abbia passato degli anni bellissimi, mi sono detto che se forse mi sentivo stretto lì è perché, probabilmente, cercavo qualcos’altro.
Per il video clip che hai realizzato ti sei recato in alcune location londinesi tra le più suggestive, come è avvenuta questa scelta?
Siccome la canzone doveva avvolgere “il famoso nastro”, Camden doveva per forza esserci. Quando ho pensato a Londra mi sono venuti in mente degli scorci per me molto suggestivi, però ho voluto inserire nel video delle immagini molto vere, infatti mi sono recato a Londra con un solo videomaker, senza una troupe, perché non volevo costruire un set dove tutto poteva sembrare finto ed artefatto. Volevo essere immerso in una Londra vera, tant’è che l’abbiamo vissuta all’avventura.
Quando vedevamo uno scorcio che ci piaceva di più, quando c’era una bella luce, quando c’era una fotografia che ci convinceva, a volte con scenari anche un po’ “selvaggi”, ci buttavamo in mezzo alla gente. Spesso c’era tanto traffico, persone incuriosite, che ci guardavano… però in questo modo, nel video, abbiamo restituito una Londra vera, come è oggi, una cartolina del 2025.
Ascoltando “Le canzoni inglesi” cosa speri che il pubblico possa percepire? Quale sensazione vorrebbe inviare Marco Ligabue?
Spero che la canzone sblocchi qualche meccanismo interiore. Io ho voluto riavvolgere il nastro non per un effetto nostalgia fine a sé stesso: a volte serve recuperare qualche momento del passato, ricordarmi di quanto fossi sognatore, di quanto fossi “ribelle”, di quando al mondo mi sembrava tutto possibile.
Oggi veniamo da guerre, pandemie, burocrazie, quotidianità sempre dure e quindi rischi di abbassare il volume dei sogni e delle passioni.
Questa canzone vuole tornare a quel periodo quando tutto sembrava possibile, per riprendere uno slancio proprio come in quel periodo e spero che, chi l’ascolta, possa in qualche modo fare una riflessione simile.
Una cosa bellissima capitata, proprio grazie alla canzone ed in particolare al video, è stata la soddisfazione ricevuta dalla Comunità Italiana di Londra che si è messa in moto per organizzare un concerto in città; non ho mai cantato a Londra, quindi è una prima volta assoluta, da batticuore.
Il prossimo 6 maggio terrò un concerto a Londra presso il Troubadour London Club, dove hanno suonato grandi artisti… ed è una cosa veramente bellissima per me.
In conclusione, quali saranno i progetti futuri di Marco Ligabue e, proprio parlando di sogni, quali sono i sogni che ameresti poter realizzare.
I progetti ovviamente sono sempre legati al mio amore per la musica live, ed avendo anche questa grande empatia con il pubblico mi auguro di far crescere ancora di più gli appuntamenti dal vivo, molti dei quali sono già in calendario, ma si spera che nuove date possano aggiungersi. Avrò un 2025 ricco di live, e questa è la cosa che mi preme di più.
Per quanto riguarda i sogni, mi trovavo a parlare con la band proprio durante i tour dello scorso anno, e dicevo di quanto sarebbe stato bello trovare una strada per portare i concerti in Europa, fuori dall’Italia… che Londra, quindi, possa essere un inizio per cantare in varie capitali europee.
C’è poi un sogno assoluto: un concerto tutto mio, magari con un’Arena di Verona strapiena, perché per me l’Arena di Verona è uno dei luoghi più belli del mondo… finché posso, ci spero!
Grazie a Marco Ligabue, al quale auguriamo di cuore che possa vedere concretizzati i suoi desideri e che “Le canzoni inglesi” sia un preludio per cantare nelle capitali più belle del mondo.
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