Il paradosso dell’influencer: social aperti, ma guai a chiedere! La questione è di fondo per gli spettatori su Alberto Ravagnani.
C’era una volta il voto di riservatezza, soppiantato oggi dall’algoritmo. L’evoluzione (o la transizione, a seconda dei punti di vista) da sacerdote star dei social a concorrente del sabato sera televisivo ha portato in dono un nuovo protagonista: Alberto Ravagnani, l’ex prete che ha scoperto le meraviglie della pista da ballo e, soprattutto, della diretta in prima serata. Fin qui nulla di male: la vita cambia, le vocazioni pure, e il valzer non ha mai ucciso nessuno. Il cortocircuito, semmai, scatta quando chi per anni ha documentato la propria quotidianità a favore di camera, minuto per minuto e 365 giorni l’anno, decide improvvisamente di indossare l’abito dell’inviolabilità personale non appena le domande in studio iniziano a farsi un po’ più pepate.
Nell’ultima puntata è andato in scena il classico scontro tra titani del piccolo schermo. Da una parte la giuria e una ben navigata Barbara D’Urso, che con il pragmatismo di chi conosce la TV fino all’ultimo bullone gli ha ricordato la regola aurea del programma: se ti metti in gioco sotto i riflettori, accetti il pacchetto completo, mettendoti a nudo senza comodi filtri da applicare al momento opportuno. Dall’altra parte, Ravagnani che si lamenta di sentirsi vivisezionato sulla sua vita privata e sulle scelte del passato. Ma come, proprio tu che hai fatto della condivisione totale il tuo marchio di fabbrica? Reagire con stizza a quesiti posti senza malizia, ma solo per approfondire la storia di chi sta sul palco, fa scricchiolare la narrazione.
È doveroso fare una chiarezza fondamentale: essere sui social o in TV non autorizza mai nessuno a insultare, denigrare o scadere nella cattiveria discriminatoria. I social sono diventati fin troppo spesso uno sfogatoio per la frustrazione e l’insofferenza della gente, che dietro uno schermo dimentica che dall’altra parte c’è una persona con un vissuto complesso da rispettare. Gli attacchi ad personam e gli insulti vanno perseguiti e condannati senza se e senza ma, anche per vie legali. Tuttavia, esiste l’altro risvolto della medaglia, spesso ipocrita: confondere un appunto critico, un’osservazione costruttiva o una semplice domanda legittima con “l’aggressione”. Se ti esponi 24 ore su 24, non puoi pretendere il silenzio assoluto da parte di chi esprime un parere difforme ma civile. Se la pressione dell’attenzione o della critica argomentata diventa insopportabile, la soluzione c’è sempre: spegnere le telecamere, chiudere gli account e restarsene comodamente a casa. Altrimenti, si balla… e si accetta il confronto.
Esistono personaggi dello spettacolo che tutelano la propria sfera intima con i denti, pubblicando il minimo indispensabile sui social proprio perché consapevoli che il web non è un educandato e le domande scomode sono sempre dietro l’angolo. Se tu invece decidi di mostrare ogni istante della tua giornata sui profili pubblici, non puoi poi pretendere l’immunità parlamentare davanti a un microfono. Pretendere che il pubblico e i giudici tacciano o facciano solo le domande approvate dal tuo comitato di redazione personale è un’illusione che non regge. Se metti la tua vita in piazza digitale, non puoi stupirti se poi la gente ci passeggia dentro.
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