A tu per tu con Lisa Bernardini, per parlare di “Storie di Donne – Eccellenze Italiane”, che festeggia la XII edizione.
Incontro con Lisa Bernardini, giornalista della Stampa Estera in Italia, fondatrice e direttrice artistica di “Storie di Donne -Eccellenze Italiane”, format dedicato alla valorizzazione del talento femminile. Il 23 novembre 2026, al Centro Studi Americani di Roma, una nuova tappa del progetto darà voce a esperienze, professionalità e percorsi di vita meritevoli di attenzione. Dare spazio alle donne significa riconoscere il valore delle loro competenze, ma anche restituire visibilità alle esperienze, alle scelte e alle sfide che accompagnano ogni percorso personale e professionale. È da questa prospettiva che prende forma “Storie di Donne – Eccellenze Italiane”, il progetto ideato e diretto dalla giornalista Lisa Bernardini, cresciuto negli anni fino a diventare un’occasione di incontro e condivisione dedicata alle tante espressioni del talento femminile.
Giornalista, presidente dell’associazione Occhio dell’Arte APS e attiva nella promozione culturale e nella comunicazione, Lisa Bernardini ha dato vita a un’iniziativa che mette al centro le persone, valorizzando le professionalità e le conquiste delle donne senza trascurare la dimensione umana che rende ogni storia unica e significativa. Il prossimo 23 novembre, nella prestigiosa sede del Centro Studi Americani di Roma, il format celebrerà la sua XII edizione, rinnovando l’impegno a raccontare le eccellenze italiane attraverso testimonianze capaci di offrire spunti di riflessione sulla società contemporanea. Un appuntamento la cui realizzazione vedrà anche quest’anno la fondamentale collaborazione di ACSI – Associazione di Cultura Sport e Tempo Libero.
In vista di questo nuovo traguardo, Lisa Bernardini ripercorre le motivazioni del progetto, approfondisce il rapporto tra giornalismo e valorizzazione del talento femminile e si sofferma sulle prospettive future di un’iniziativa che ambisce ad ampliare i propri orizzonti, aprendosi sempre più al dialogo internazionale.
Lisa Bernardini, benvenuta sul quotidiano “La Gazzetta dello Spettacolo”. Nel panorama attuale, si parla molto di empowerment femminile. Secondo lei, che cosa serve davvero per trasformare le parole in cambiamenti concreti?
«Serve un cambiamento culturale che coinvolga tutti, non soltanto le donne. Occorrono pari opportunità, accesso alla formazione, riconoscimento delle competenze, indipendenza economica e possibilità reali di assumere ruoli decisionali. Ma serve anche modificare il modo in cui raccontiamo il talento femminile. Non possiamo limitarci a celebrare le donne quando raggiungono risultati eccezionali: dobbiamo riconoscere con naturalezza la loro presenza nei luoghi della cultura, della scienza, dell’impresa, dell’informazione e delle istituzioni. L’empowerment non dovrebbe essere uno slogan da utilizzare nelle occasioni pubbliche, bensì una pratica quotidiana, sostenuta da scelte e comportamenti coerenti».
In un’epoca dominata dai social network e dalla comunicazione rapida, quanto è difficile restituire profondità alle storie personali?
«È una delle sfide più importanti. Oggi siamo continuamente esposti a immagini, dichiarazioni e notizie che si susseguono con una velocità impressionante. Il rischio è che tutto diventi immediatamente consumabile e altrettanto rapidamente dimenticabile. Una storia autentica, invece, richiede tempo, attenzione e disponibilità all’ascolto. Credo che il giornalismo possa ancora essere uno straordinario strumento di crescita civile, purché non perda la propria indipendenza e non rinunci alla qualità del racconto. Anche un format culturale può contribuire a questo obiettivo, creando occasioni nelle quali le persone non siano soltanto viste, ma realmente ascoltate».
“Storie di Donne – Eccellenze Italiane”non sembra limitarsi alla valorizzazione individuale. Quale ruolo attribuisce alla cultura nella costruzione di una società più consapevole?
«La cultura permette di mettere in relazione esperienze differenti e di superare stereotipi che spesso resistono proprio perché non vengono messi in discussione. Conoscere la storia di una donna che opera in un determinato settore significa comprendere meglio anche il contesto nel quale ha lavorato, le opportunità che ha incontrato e gli ostacoli che ha dovuto affrontare. Per questo considero la cultura un investimento sociale. Attraverso l’incontro e il confronto possiamo stimolare nuove domande, creare relazioni e offrire alle generazioni più giovani riferimenti diversi, capaci di ampliare il loro orizzonte di possibilità».
Lei è anche presidente di Occhio dell’Arte APS. Quanto dialogano l’attività associativa e il progetto “Storie di Donne”?
«Dialogano tramite una visione comune attraverso la mia persona in primis: la convinzione che la cultura debba essere vissuta, condivisa e resa accessibile attraverso occasioni concrete di partecipazione. L’esperienza associativa mi ha permesso di comprendere quanto siano importanti le collaborazioni, la capacità organizzativa e la costruzione di reti tra persone e realtà differenti. Un progetto culturale non si realizza soltanto grazie a un’idea, per quanto valida. Richiede lavoro, relazioni, continuità e una comunità disposta a riconoscerne il significato. “Storie di Donne” è anche questo: un percorso che vive grazie agli incontri e alla disponibilità di tante persone a contribuire alla sua crescita».
Il 23 novembre il format approderà alla XII edizione al Centro Studi Americani di Roma. Che cosa rappresenta questa nuova tappa?
«La possibilità di ritrovarsi e di dare continuità a un progetto che nel tempo ha costruito una propria identità. Il Centro Studi Americani, con la sua vocazione al dialogo culturale, costituisce una cornice particolarmente significativa per un appuntamento che vuole valorizzare le esperienze individuali mettendole in relazione con una riflessione più ampia sulla società. Sarà un’occasione per celebrare il percorso compiuto, ma anche per guardare avanti. Ed infatti annunceremo una grande novità. Ogni edizione porta con sé nuove sensibilità e nuove prospettive, e proprio questa capacità di rinnovarsi rappresenta, a mio avviso, una delle ragioni della longevità del format».
Negli anni il progetto ha guardato anche oltre l’ambito locale e nazionale. Quanto è importante una dimensione internazionale?
«È importante perché il talento non ha confini e perché il confronto con altre realtà culturali può arricchire profondamente il nostro sguardo. Portare un progetto dedicato alle eccellenze italiane in contesti internazionali significa anche raccontare il nostro Paese attraverso le persone che lo rappresentano, le loro competenze e la loro capacità di innovare. In questa prospettiva si inserisce anche il progetto di portare “Storie di Donne” all’estero nel 2027. È una sfida stimolante, che apre nuove possibilità di incontro e di dialogo, mantenendo al centro l’identità culturale italiana e la valorizzazione del talento femminile».
Qual è, secondo lei, il pregiudizio sulle donne che fatica maggiormente a scomparire?
«Credo che persista, in forme più o meno evidenti, l’idea che una donna debba dimostrare qualcosa in più per ottenere lo stesso riconoscimento. A volte il pregiudizio si manifesta apertamente, altre volte si nasconde nelle aspettative, nei linguaggi e nei criteri con cui valutiamo le persone. Per superarlo non basta affermare che le donne sono capaci: bisogna creare condizioni nelle quali le capacità possano essere riconosciute senza filtri legati al genere. È importante, inoltre, non raccontare le donne soltanto in relazione alle difficoltà che affrontano. Le difficoltà vanno denunciate, ma altrettanto spazio deve essere riservato alle competenze, alle idee e ai risultati».
Che cosa ha imparato personalmente da questo lungo viaggio tra le storie delle altre donne?
«Che non esiste un solo modo di essere forti e che il coraggio assume forme diverse. Talvolta consiste nel compiere una scelta radicale, altre volte nella costanza con cui si porta avanti un progetto, nella capacità di chiedere aiuto o nel ricominciare dopo una delusione. Ho imparato anche a non dare mai per scontato ciò che una persona ha vissuto prima di arrivare a un determinato risultato. Ogni incontro può rivelare una prospettiva inattesa e modificare il nostro modo di interpretare la realtà. È una delle ragioni per cui continuo ad amare il giornalismo: permette di incontrare l’altro e, attraverso quell’incontro, di conoscere meglio anche il mondo in cui viviamo».
Se dovesse immaginare il futuro di “Storie di Donne” tra cinque o dieci anni, come lo vorrebbe?
«Lo vorrei ancora vivo, curioso e capace di sorprendere. Mi piacerebbe che continuasse a creare occasioni di incontro tra generazioni, professioni e culture diverse, mantenendo la qualità delle storie e la libertà di affrontare temi sempre nuovi. L’espansione internazionale può rappresentare un’opportunità importante, ma la crescita non dovrebbe essere misurata soltanto attraverso i numeri o la dimensione degli eventi. Per me conta soprattutto la capacità di lasciare qualcosa: una conoscenza in più, una relazione significativa, una nuova possibilità per chi ascolta e magari il desiderio di mettersi in gioco».
Un’ultima domanda. Quale messaggio vorrebbe affidare alle donne che leggeranno questa intervista e che magari stanno ancora cercando il coraggio di realizzare un proprio progetto?
«Direi loro di non aspettare necessariamente il momento perfetto, perché spesso quel momento non arriva. È importante prepararsi, studiare, ascoltare i consigli giusti e riconoscere i propri limiti, ma senza trasformarli in una condanna. Bisogna imparare a dare valore alle proprie competenze e a non confondere un ostacolo con un fallimento definitivo. E soprattutto, credo sia fondamentale costruire relazioni autentiche, perché nessun percorso si sviluppa completamente da solo. Se “Storie di Donne” può trasmettere un messaggio, è proprio questo: ogni esperienza merita di essere ascoltata e ogni donna deve poter trovare lo spazio per esprimere il proprio talento, senza rinunciare alla propria identità».
La XII edizione di “Storie di Donne – Eccellenze Italiane” si prepara dunque a essere molto più di una ricorrenza. È l’occasione per riflettere sul valore delle testimonianze, sulla responsabilità del racconto giornalistico e sulla necessità di continuare a costruire spazi di visibilità per le competenze femminili. Nel percorso di Lisa Bernardini, giornalismo e progettualità culturale si incontrano in un’idea precisa: raccontare una persona significa riconoscerne la complessità, non ridurla a un titolo o a un risultato. Ed è forse proprio questa attenzione alla dimensione umana a rendere il format un progetto capace di rinnovarsi. Il 23 novembre, a Roma, il viaggio proseguirà con nuove storie da ascoltare e nuove esperienze da condividere. Perché dare voce alle donne non significa soltanto raccontare il presente: significa contribuire a immaginare, con maggiore consapevolezza, il futuro.
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