Una nuova regia per il regista Dario D’Ambrosi, “Il principe della follia” per il quale ci racconta opera e retroscena.
“Il principe della follia” rappresenta l’ultimo progetto cinematografico del regista Dario D’Ambrosi. Un progetto costituito da tanta vita, da esperienze reali, con un piccolo invito da rivolgere ai giovani…
Benvenuto sul quotidiano “La Gazzetta dello Spettacolo”, Dario D’Ambrosi. Come ha preso forma la sua ultima regia, “Il principe della follia”?
«Ha preso forma nel ‘periodo’ in cui sono stato internato nel manicomio Paolo Pini di Milano. Un periodo in cui ho stretto rapporto con un ragazzo che aveva desiderio di sterminare la propria famiglia perché rifiutato sin dalla nascita. Da lì ne è scaturita la trama del film, la voglia di raccontare la solitudine, i problemi della vita, del quotidiano…».
Fondamentale lanciare un messaggio così forte…
«Esattamente! È necessario parlarne, affrontare tali tematiche, che si tratti di fragilità, di isolamento e quanto di simile e doloroso…».
Quali consensi ottenere con questo film?
«I consensi, almeno per ora, sono stati molto buoni, davvero positivi, specie durante le piccole proiezioni che abbiamo avuto modo di realizzare. Ai giovani amo dire che se gli è piaciuto il Joker americano, quello più noto, non dovrebbero fare altro che venire a vedere quello italiano, capace di far vivere emozioni più che reali e d’impatto».
Nel cast Alessandro Haber e tanti altri attori di importante rilevanza. A cosa deve questa scelta?
«Con Alessandro Haber abbiamo sempre parlato della possibilità e voglia di lavorare insieme. A mio avviso è tra i migliori attori presenti sul nostro territorio, specie a livello teatrale. Averlo nel film ha regalato una maggiore importanza al tutto, specie per il ruolo che vive, legato ad un padre ‘passivo’. Un ruolo che è spesso parte delle famiglie di oggi, famiglie con figli purtroppo disabili. E tanto devo al resto del cast e ad Andrea Roncato, che ha rappresentato una vera e propria scoperta».
Guardiamo alla Teatro-Terapia, a qualcosa a cui tiene particolarmente…
«Vive un momento cruciale, al momento, la Teatro-Terapia. Se riconosciuta a dovere, ed è ciò che mi auguro, diventerà una cura psichiatrica, e questo significherà che lo psichiatra potrà dosare la cura a seconda dell’intervento della Teatro-Terapia, qualcosa di davvero importante, un grande successo. Un successo, da precisare, non per me che ho creato questi protocolli ma per l’Italia intera».
Che periodo sta vivendo?
«Mi auguro soltanto che il film possa piacere, per quella che è la piccola potenza che racchiude in sé. Spero che il pubblico mi regali qualche sorpresa…».
C’è già un nuovo progetto in cantiere?
Assolutamente! C’è un nuovo fantastico viaggio da affrontare, con un ragazzo autistico a fungere da protagonista. Una commedia brillante, qualcosa di pazzesco a cui stiamo lavorando. Spero di avere i fondi per realizzare questo film. Ci tengo, tra l’altro, a precisare che tutto l’incasso di questo ultimo progetto cinematografico, “il principe della follia”, sarà devoluto alla ricerca scientifica che stiamo compiendo insieme alla Columbia University. Un progetto che ci avvicina ai ragazzi con disabilità, allo studio del loro cervello».
Quale invito rivolgere ai giovani affinché possano andare al cinema per poter incrociare destini diversi dal proprio fortunato avvenire?
«Mi auguro che i giovani abbiano voglia di vivere una storia straordinaria e questo perché, a mio avviso, sono il sale della vita, con la loro voglia di scoprire il mondo e la prontezza nel voler vivere storie differenti dalla propria. Anche chi ha dei problemi ha qualcosa da insegnare, rompendo lo stigma della malattia mentale ma anche della malattia in genere. Esiste una vita ed è per tutti normale, al di là di ogni cosa».
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