Corrado Fortuna

Corrado Fortuna: lavorare tanto per migliorarsi

Intervista con l’attore Corrado Fortuna in occasione dell’uscita nelle sale de “Il Dio dell’amore” di Francesco Lagi.

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Ritroviamo il sempre disponibile Corrado Fortuna voglioso di raccontare l’esperienza vissuta nel periodo di lavorazione de “Il Dio dell’amore”, il film ad opera di Francesco Lagi, nelle sale da ieri. Un uomo legato a suo figlio, agli affetti più cari, certo che per migliorarsi tocchi lavorare tanto, senza alcuna paura del passare del tempo…

Ben ritrovato sul quotidiano “La Gazzetta dello Spettacolo“, Corrado Fortuna. Dal 26 marzo possiamo vederti ne “Il Dio dell’amore”, un film ad opera di Francesco Lagi atto ad esplorare le relazioni amorose contemporanee. Cosa ti ha lasciato addosso questa ennesima esperienza cinematografica?
«Parliamo di una piccola rarità per il nostro cinema, con dei rimandi bellissimi e nessuna similitudine con altri film in cui tanti, tra l’altro, sapranno riconoscersi. Un film in cui si crede nella possibilità di un’umanità migliore di quella che solitamente ci si aspetta. Ti porta a volere bene alle persone, questa pellicola, ed è una sensazione così forte da innescare alla prima visione, in me e in Vinicio Marchioni, una grande emozione. È stato realizzato da un regista che ama profondamente gli attori e che li vive con estrema delicatezza e rarità. Prima di mandarti in scena, Lagi, ti richiede di ‘avere cura della scena’ ed è qualcosa che regala tanto. Voglio davvero bene a Francesco, anche perché siamo diventati uomini nello stesso periodo, e siamo entrambi amanti di questo settore. Ci tengo, tra l’altro, a precisare che le scene in cui suono le ho realizzate in prima persona, con l’orchestra del teatro dell’opera di Roma, ed ha rappresentato qualcosa di molto armonioso, emozionante. Il mio personaggio, Pietro, ha un figlio di otto anni, una separazione con la sua ex compagna avvenuta da poco e tanto altro che non vi svelerò per lasciarvi una giusta curiosità. Al mio fianco, per l’occasione, Isabella Ragonese, un’amica ritrovata dai tempi del liceo, e Benedetta Cimatti che non conoscevo e che mi ha scioccato nel vederla in “M. Il figlio del secolo” nei panni della moglie di Mussolini. È un film commovente, quello che vedrete, straziante ma anche divertentissimo…».

Recentemente c’è stato il ritorno di “Vanina”, serie Mediaset giunta alla sua seconda stagione. Quanta gioia hai provato nel ritrovare i tuoi colleghi, nonché l’amata Sicilia?
«”Vanina” è una roba alla quale mai rinuncerei! Tornare su quel set ha rappresentato un divertimento assoluto perché ci vogliamo davvero bene, sia con il cast che con la troupe, e girare a Catania ci concede sempre tanto, insieme alla possibilità di poter godere in maniera unica del posto in cui siamo. Lo so, lo diciamo sempre, ma è realmente così: siamo stati bene. Questo lavoro ti porta a condividere così tanto con le persone, da portarti a svelare segreti che non diresti agli amici che solitamente vedi tutti i giorni. In più, negli ultimi anni, le troupe hanno un’età ridotta e questo rappresenta un vantaggio, anche perché non sono tutti romani, tutti figli di attrezzisti o scenografi».

Corrado Fortuna

Quanta consapevolezza c’è verso questo mestiere, di progetto in progetto?
«Lavorare tanto è il modo migliore per migliorarsi. Un cane che si morde la coda, purtroppo, perché la fatica principale per noi consiste nell’avere una continuità, qualcosa che quando c’è mi fa sentire pronto, più ricettivo, meno spaventato del giudizio. Non ultimo, il fatto che la mia faccia in questi ultimi anni sta cambiando in una maniera differente dal solito. Sono, forse, ad un giro di boa, qualcosa che trovo molto interessante, e che mi consentirà di affrontare dei ruoli ancora più maturi, diversi dal solito sembrare ‘ragazzo’».

Ho potuto notare questo cambiamento di cui parli ne “Il ragazzo dai pantaloni rosa”…
«Ti ringrazio! Sai, quando cominci ad invecchiare le cose superflue che un tempo erano presenti nella tua vita lavorativa, si scrostano come il fango quando secca, finalmente, e ti alleggerisci e ciò si percepisce nei personaggi che vado ad impersonare. Invecchiare, per me, è una roba interessante. Mi piace, mi porta a trovare delle risposte a delle domande che da sempre mi pongo».

Se di cambiamenti si parla, hai mai pensato di avvicinarti alla regia?
«Ho girato dei videoclip, un corto, dei documentari e, per ben tre volte, ho provato a fare un film ma credo sia qualcosa di molto complicato da affrontare oggi, specie in Italia. Certo, mi piacerebbe, e tanto avrei da raccontare, ma credo serva tanta pazienza e voglia di andare a rompere le scatole ai produttori e quanto altro. Non credo sia così facile essere un regista. Forse, nella mia vita, le priorità sono altre. Detto ciò, mi piacerebbe che domani arrivasse un produttore, magari uno che conosco e con cui lavoro spesso, pronto a dirmi che si fida di me e che questo film potremmo farlo insieme…».

Ne approfitto, essendo da poco passata la festa del papà, per chiederti che papà sei?
«Sono un papà a tempo pieno. Poter passare del tempo con Vasco rappresenta una gioia grande. Comprende il mio modo di essere, i miei umori, ed è molto buono, tanto simile a me. C’è la paura dell’invecchiare, la consapevolezza dell’averlo avuto tardi, ma forse prima non sarei stato il padre che sono adesso. Ne parlavamo prima accennando ai ruoli, al mio cambiare. Amo viverlo ogni giorno, partecipare alla vita familiare attentamente, costruendo ancora tutto mattone dopo mattone insieme a mia moglie. Loro sono il mio più grande orgoglio, qualcosa a cui mai rinuncerei».

Che periodo stai vivendo?
«Sto meglio, rispetto a quando ci siamo sentiti l’ultima volta, proprio lo scorso anno. Forse ho un briciolo di autostima in più, qualcosa a cui lavoro tramite la terapia. Sono, però, schifato dalla disumanità che dilaga sui social network, dai ragazzini poco educati, e fa paurissima la guerra. Fino a qualche tempo fa mai avremmo pensato a tutto ciò e invece, oggi, è un pensiero di fondo, qualcosa che ci è purtroppo vicino. Nonostante ciò, penso all’economia domestica, al pagare le bollette, a ciò che ci capita, ritrovando una fiducia che è giusto che ci sia…».

Su Alessia Giallonardo

Nasco a Benevento, nel 1986. testarda a più non posso, perché Toro. Amo la fotografia sin da quando ero piccola e devo questa passione a mio padre. Stesso discorso per la scrittura, per ogni singola sfumatura di un racconto, di un vissuto, di uno storico incontro.

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