Facciamo un salto al Teatro Marconi di Roma dove arriva il momento di Antonello Avallone con “Lenny. Ipotesi di un omicidio”.
Dal 22 ottobre all’8 novembre l’attore Antonello Avallone sarà in scena al Teatro Marconi di Roma ne “Lenny. Ipotesi di un omicidio”, un progetto davvero particolare e che, a suo modo, merita di essere scoperto.
Benvenuto sul quotidiano “La Gazzetta dello Spettacolo”, Antonello Avallone. Dal 22 ottobre all’8 novembre sarai in scena con “Lenny. Ipotesi di un omicidio”, al Teatro Marconi di Roma. Parlaci di Lenny Bruce e del motivo per cui si sospetta sia stato commesso un omicidio nei suoi confronti?
«Lenny diceva al pubblico: “io parlo di sesso, di droga, di politica, di razzismo, di antisemitismo, potrete anche ridere a volte sulle mie battute, ma non sono un comico, sono Lenny Bruce”. Ebbe un grande successo, il pubblico lo seguiva e il governo degli Stati Uniti, preoccupato proprio per il numero elevato di consensi, aveva paura che i suoi monologhi ‘comunisti’ avrebbero generato troppi consensi e, in un periodo come quello del Maccartismo e della Guerra Fredda, non poteva permetterli. Fu arrestato molte volte, spesso anche ammanettato durante lo spettacolo ma, una volta pagata la cauzione, usciva dal carcere e ricominciava, commentando i suoi arresti e le ingiustizie che stava subendo. Da un certo punto in poi il pubblico andava a vederlo anche per la curiosità, per assistere all’arresto dal vivo. Faceva uso di droga ma, quando fu trovato morto, la polizia fece entrare i giornalisti e i fotografi prima della scientifica e qualsiasi prova, in tal modo, venne cancellata. Lo spettacolo si pone un’ipotesi, quella dell’omicidio, l’unico modo per levarlo di torno. Ho voluto ambientare, insieme all’autore del testo Giuseppe Pavia, la ‘storia maledetta’, in un night club di New York tra cantanti femmine e spogliarelliste, e i suoi monologhi taglienti. L’atmosfera è brillante in scena, piena di vita e di risate ma il dietro le quinte manifesta grossi problemi esistenziali, anche per un infelice rapporto che Lenny ebbe con Honey Harlow, una bellissima spogliarellista che sposò alimentando nuove critiche da parte di una società bacchettona e puritana come quella americana, nel periodo in cui era Doris Day l’immagine della donna e della mamma perfetta. I monologhi sul palco, a suo avviso, dovevano smuovere le coscienze del cittadino americano. Fu definito “la coscienza d’America”. Ne approfitto, con questa intervista, per dire grazie ai miei attori, davvero bravissimi, alle spettacolari scene di Alessandro Chiti, e agli splendidi costumi di Red Bodò».
Quali sensazioni ti legano al palcoscenico e al rapporto che si crea con il pubblico?
«Propongo soltanto testi che mi emozionano con la sola voglia di comunicare, nella speranza di arrivare a condividere con chi quella sera ha deciso di venire in teatro. Allo stesso tempo, mi adopero per non tradire la scelta del pubblico. La storia di Lenny Bruce, ad esempio, non è conosciuta da tutti ma, usciti dalla sala, sono in tanti a venirmi a trovare in camerino. Mi dicono quanto appare loro attuale la storia e, quando scoprono che è qualcosa di reale, rimangono senza parole. Ecco, per me il pubblico deve trarre spunto dal teatro per arricchire il proprio bagaglio culturale e, se si riesce a rendere il racconto con momenti più leggeri e divertenti, la meta è raggiunta. Lenny parla della libertà di parola, nello specifico di un attore che parla di sesso, di politica, di razzismo, di antisemitismo e cerca di smontare le ipocrisie degli anni ‘50 e ‘60. L’argomento è sempre attuale, purtroppo, ed i parallelismi con oggi sono qualcosa di spontaneo. Lenny sarà oggetto della persecuzione del potere fino ad annientarlo, in un modo o nell’altro».
Quali maggiori consapevolezze nell’affrontare questo mestiere?
«Questo mestiere mi regala giornate in cui leggi, rileggi, ti documenti, pensi e ripensi. Arriva un’ipotesi, la frequenti: saprò mettere in scena in modo efficace quel testo? Come posso affascinare la platea? Non è facile, certo, ci vuole fortuna, talento, saper comunicare, tecnica, esperienza e io ci provo, ma se non mi convince appieno, rinuncio. Poi ti capita di innamorarti di qualcosa e allora non la lasci più. Vivi tutti i giorni vedendo nascere la tua nuova creatura, vivi un pezzo di vita pensando solo a come realizzarla, la ami. Una volta messa in scena, rimarrà uno dei miei amori, ma vado subito alla ricerca di quello da aggiungere. Amo quasi tutti gli spettacoli che ho messo in scena e, quando si ripresenta l’occasione, a distanza di tempo, ne rivivo uno mettendolo nuovamente in scena. La consapevolezza, dopo tanti anni, è che ormai ci indovino sempre, a scegliere».
Cosa anticipare sul tuo futuro artistico?
«Tante cose nuove di cui innamorarmi e tanti ritorni di fiamma. Da qualche anno è difficile far vivere uno spettacolo per tante repliche. Molti teatri propongono programmazioni di tre repliche a spettacolo. Fatta eccezione per dei nomi famosissimi, le teniture di 3 o 4 settimane sono sparite e raggiungere le 50/60 repliche in una stagione è diventata veramente un’impresa. In questa stagione 2026/2027 raggiungerò le 60 repliche ma devo servirmi di 4 spettacoli diversi per coprirle. Se proprio volete un anticipo per il 2027/2028, riporterò in scena un amore che non è solo mio, ma di migliaia di spettatori che l’hanno visto per la prima volta tanti anni fa: “In nome del Papa Re” di Luigi Magni, un piccolo capolavoro. Per adesso vivrò nuovamente la vita maledetta di Lenny Bruce, sarò lui, ed è tanto affascinante vivere la vita degli altri che, in periodi storici diversi, in situazioni lontane dalle nostre, sono stati protagonisti di un pezzo della nostra storia. Esseri umani che si sono dovuti districare in situazioni difficili ed imprevedibili».
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