Maria Cuono incontra e racconta Antonella Valitutti, l’attrice protagonista del nuovo spettacolo di Carmen Di Marzo.
Il Piccolo Teatro del Giullare di Salerno si prepara a ospitare un evento teatrale di rara potenza emotiva. Dal 27 febbraio al 1 marzo 2026, i riflettori saranno accesi su “Dobermann“, l’ultima fatica della regista Carmen Di Marzo. Un’opera che non fa sconti, ispirata alle cronache del caso Weinstein e alla genesi del movimento “Me Too”, ma che sposta l’obiettivo su una prospettiva inedita e scomoda: quella di chi sceglie di difendere l’orrore.
Protagonista assoluta è Antonella Valitutti, chiamata a dare vita a Debora, un avvocato penalista di successo che ha fatto del distacco e della difesa dei predatori sessuali la sua missione professionale. Ho incontrato Antonella per scendere con lei nell’abisso di questo personaggio — una donna divisa tra la gloria pubblica delle aule di tribunale e un isolamento interiore feroce — per capire come si possa raccontare il buio restando fedeli alla propria missione artistica.

Antonella Valitutti, benvenuta sul quotidiano “La Gazzetta dello Spettacolo”. In “Dobermann” interpreti Debora, un avvocato penalista che sceglie di difendere uomini accusati di violenza sessuale. Qual è stato il tuo primo pensiero quando hai approcciato un personaggio così antitetico rispetto alla sensibilità comune verso le vittime?
«Appena ho “incontrato” Debora, ho avuto la sensazione di urtare contro uno spigolo. Ho pensato subito che non sarebbe stato facile interpretarla; è una donna, per molti aspetti, profondamente diversa da me. Con l’aiuto di Carmen mi sono impegnata a trovare la strada per restituire al pubblico la stessa sensazione di urto che ho provato io alla prima lettura».
La regista Carmen Di Marzo parla di un “assoluto distacco” di Debora dall’orrore delle aggressioni. Come hai lavorato, a livello attoriale, per costruire questo muro di freddezza senza cadere nello stereotipo della “cattiva”?
«Ammetto che non è stato facile. La regista mi ha guidata pazientemente nella ricerca di sfumature, vocalità e sentimenti che fossero quanto più vicini alla realtà, autentici. Ha stimolato in me la riflessione sul fatto che esistano donne incapaci di empatizzare con altre donne, anche quando queste hanno subito molestie o violenza. Incredibile, ma vero».
Debora sembra aver normalizzato la cattiva condotta sessuale per fini professionali. C’è un momento specifico nel testo in cui hai percepito una crepa in questa sua corazza di cinismo?
«Sì, c’è, ma non posso svelarlo! Lo capirete solo vivendo lo spettacolo in sala.
Il titolo “Dobermann” evoca un’immagine di aggressività e difesa territoriale. In che modo questa natura “canina” e feroce si manifesta nei gesti e nella postura che hai dato alla tua Debora?
«Anche a questa domanda rispondo con un invito: venite a teatro per scoprirlo attraverso i suoi movimenti in scena.
La nota di regia descrive la protagonista come una donna con una “fame di potere” che l’ha condannata a un isolamento feroce. Come vive Debora il silenzio della sua casa rispetto al fragore del successo in tribunale?
«Per Debora tutto è uno show. Vive la sua casa come una prosecuzione del sé, almeno fino a un certo punto, quando qualcosa nella sua vita cambierà drasticamente».
Quanto è stato difficile, come donna e come artista che comunica “tutto con il cuore”, trovare un punto di contatto o di empatia con una professionista che sceglie deliberatamente di stare dalla parte degli accusati?
«Non ho giudicato Debora, né ho cercato di empatizzare con lei. Ho semplicemente provato a entrare nella sua vita e a interpretare una donna, un avvocato, che fa del suo lavoro — come dice nel testo — una vera e propria “fede”».
Il testo promette di arrivare “senza pietà allo stomaco”, toccando registri profondi. Qual è la battuta o la situazione di Debora che, durante le prove, ti ha scossa maggiormente a livello emotivo?
«Ce ne sono diverse, e sono tutte legate al giudizio tagliente e spietato che Debora riserva alle altre donne».
Si parla di una “resa dei conti” a cui la protagonista non potrà sottrarsi. Senza svelare troppo, come reagisce Debora quando le sue certezze granitiche iniziano a crollare sotto il peso della realtà?
«Diciamo che Debora si prenderà del tempo per analizzare le situazioni e decodificare, a modo suo, le proprie emozioni».
Il rapporto tra Debora e il suo mondo interiore sembra quasi inesistente, una solitudine che divora. Quale “ombra” o segreto del passato credi che alimenti la sua necessità di difendere l’indifendibile?
«C’è una figura maschile molto importante nella vita di Debora che rappresenta per lei un modello assoluto da seguire. Non si tratta di un’ombra o di un segreto, ma di un punto di riferimento preciso».
Debuttare al Piccolo Teatro del Giullare di Salerno con un ruolo così divisivo e attuale è una sfida importante. Cosa speri che porti a casa lo spettatore dopo aver visto il “buio che inghiotte” Debora?
«Il Giullare per me è un po’ come una casa. Vi ho recitato tante volte ed è stato naturale pensare a questo teatro e alla mia città natale come al posto giusto per debuttare con uno dei personaggi più scomodi e difficili della mia carriera. Vorrei che il pubblico riflettesse sulla fragilità della nostra società, sulle maschere che indossiamo ogni giorno e sulla velocità con cui formuliamo giudizi. In breve, vorrei che lo spettatore tornasse a casa con una consapevolezza nuova, magari migliore».
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