L’intervista ad Eleonora Sergio racconta il suo ruolo di attrice tra cinema e TV, ma anche il suo mondo da mamma.
Eleonora Sergio nutre un sentimento profondo e puro per la recitazione, per la famiglia, per la libertà, per tutto ciò che sa di vita e di rispetto. È un’attrice versatile, sempre pronta a vivere nuove esperienze, che non ha mai dimenticato il primo ruolo vissuto al cinema, seduta di fianco a sua nonna, nella più confusa e dolce incredulità di un bellissimo momento.
Benvenuta sul quotidiano “La Gazzetta dello Spettacolo“, Eleonora Sergio. Come stai, come procede il tuo vissuto?
«Procede bene, con alcuni progetti che bollono in pentola, anche se ancora allo stato embrionale, e poi dalla mia c’è tanto ottimismo ed una sana energia».
Che ricordo hai dei tuoi inizi legati alla recitazione?
«Se torno indietro, mi viene in mente una ragazzina baciata dalla fortuna che ha preso un treno in piena corsa, al di là di quella che era la severità di mia madre. Un treno che attualmente sto ancora percorrendo e che, seppure preso per caso, mi ha portata ad amare sempre più questo mestiere, al di là dell’innocenza, di tutto».
Il ricordo più bello, un momento che ti ha portata a credere che la recitazione fosse una reale strada da percorrere?
«Credo di averlo capito da subito, da quando ho accettato di trasferirmi a Roma per studiare, per approfondire questo mestiere, a soli vent’anni. Non mi sono mai persa d’animo, ho sempre creduto in ciò che stavo facendo, senza mai spegnere questo fuoco. Qualcosa al pari di un grande amore che ti porta ad impazzire, ad impegnare buona parte delle tue energie, senza spegnersi mai. Tra i ricordi più belli c’è un film della Comencini, il primo a cui presi parte, visto a Lecce, la mia città, insieme a mia nonna che viveva con noi e ai miei genitori. Ho provato una forte emozione in quel momento!».

Un ruolo che ti è particolarmente rimasto nel cuore?
«Sempre quello lì, legato al film della Comencini, senza dimenticare il ruolo rigido e, al contempo comico, interpretato nella pellicola di Carlo Verdone, “Sotto una buona stella”. Carlo è stato abile nel far trasparire ciò che sono, così come la mia verve. Ho amato anche il ruolo interpretato ne “Il capo dei capi”, una donna forte, particolare ma, al di là di tutto, posso dirti che ogni ruolo ha con sé un pezzo del mio cuore.
Non da meno i ruoli da cattiva vissuti. Ad esempio, in Distretto di Polizia eri terribile…
«Parecchi! (Ride) Anche ne “Il restauratore” non sono stata da meno, torturando la collega Anna Safroncik».
Ruoli, quelli da cattivo, che portano ogni attore a vivere qualcosa che nel quotidiano viene difficile poter affrontare…
«Esatto! Il bello di questo lavoro risiede proprio nel poter fare qualsiasi cosa, ove consentito. Ruoli che, come dicevi, nella realtà sono distanti da me. In un’altra serie ero una spacciatrice con i capelli rasta e il bello è proprio questo».
Ci parlavi di una difficoltà, da parte dei tuoi genitori, nell’affrontare la scelta di perseguire la strada della recitazione. Hanno mai pensato ad un piano differente per te, ad un qualcosa che non credi sia nelle tue corde?
«A distanza di anni ancora sto chiedendomi se questa è o meno la mia strada. Chi può dirlo! Qualcosa potrebbe cambiare, anche tra un minuto. Posso dirti che al momento sto ancora lottando, e con passione. Di certo la mia famiglia, molto all’antica, avrebbe voluto altro per me, così come il restare nel mio paese. Sarà la vita a dirmi come dovranno andare le cose».
Quale ruolo non sei ancora riuscita a portare in scena e cosa è mancato a livello teatrale?
«Ho toccato il teatro all’inizio della mia carriera, al Manzoni di Roma, con Carlo Alighiero e sua moglie, due abilissimi e fantastici attori. Ho anche intrapreso una breve tournée con Michele Placido, di poesie d’amore. Ora, non lo nascondo, sento un forte desiderio di tornarci, di rivivere una diversa emozione. Un mio progetto, quello di cui anticipavo e che è ancora a livello embrionale, riguarda proprio questo ambito».
Tornando alla domanda precedente, quali ruoli ancora mancano?
«Manca un ruolo comico, in piena regola. Qualcosa di leggero ma comunque forte, con dei messaggi importanti, con un suo grande spessore.
Come vivi il rapporto con il pubblico, con chi da sempre ti stima?
«È sempre bello vivere il pubblico, chi ci sostiene. È grazie a loro che siamo ciò che siamo. Mi crea una certa tenerezza incontrare i più giovani, così come le persone di una certa età. Quando ero in “Don Matteo” erano in tanti a fermarmi, a chiedermi un autografo, a farmi delle domande. Non sembra, ti dirò, ma sono anche molto timida, fatico a parlare di me, ma tutto ciò è parte del mio lavoro e lo faccio con piacere».
Chi è, a tal proposito, Eleonora e, da mamma, quali valori trasmetterai a tuo figlio per poter affrontare al meglio questa nostra ‘strana’ società?
«Chi è Eleonora? In tutta sincerità lo sto ancora scoprendo. Ognuno di noi, nel corso della propria vita, si riscopre in un modo diverso, a poco a poco, a seconda delle varie situazioni che vive. Qualcosa di inevitabile, per tutti. Essere madre, ad esempio, mi ha portato a vivere la vita con una maggiore consapevolezza e attenzione. Ne sento forte la responsabilità. A mio figlio, un domani, vorrei poter trasmettere cosa voglia dire essere liberi, qualcosa a cui sono legatissima. Vorrei fosse libero di dire ciò che pensa, cosa gli va o meno di fare. Vorrei potergli trasmettere quanto sia fondamentale appagare se stessi e poi gli altri, senza frustrazioni, senza dimenticare, tra l’altro, l’essere gentili».
Quali sogni ancora da realizzare?
«Sarei felice di poter vivere un bel ruolo da protagonista al cinema. Rappresenterebbe una grande emozione, qualcosa di speciale, in questo periodo».
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