Mauro Racanati: e se Crovi diventasse primario?
A tu per tu con l’attore Mauro Racanati, che ci racconta il suo percorso nella soap opera “Un posto al Sole” su Rai 3.
L’incontro di oggi è con l’attore Mauro Racanati, da qualche anno parte del real drama di Rai 3, “Un Posto al Sole”, nei panni del Dottor Riccardo Crovi. Un ruolo forte, degno di nota, molto apprezzato dal suo protagonista, felice di parlarne, di sperare che possa avere sviluppi maggiori.
Benvenuto su La Gazzetta dello Spettacolo, Mauro Racanati. Da qualche anno sei parte della famiglia televisiva di “Un Posto al Sole”, lo storico real drama di Rai3. Che esperienza sta rappresentando?
Un Posto al Sole mi ha regalato la possibilità di poter sperimentare e vivere, di giorno in giorno, il mio ruolo, vedendolo crescere sempre più. Una crescita non solo legata al proprio personaggio ma anche al vivere la redazione, la troupe intera, i colleghi ed è un po’ come vedere nascere e crescere un’amicizia che si espande sempre più nella propria vita.
Eri a conoscenza di questo prodotto, prima di esserne parte?
Conoscevo Un Posto al Sole ma non avevo avuto l’occasione di seguirlo.
Quanta ‘somiglianza’ con il tuo Dottor Crovi?
Zero! Crovi innesca processi ingarbugliati, non chiari e sembra sempre seguire la strada più difficile. Dal mio canto tendo, invece, a disinnescare, anche nei momenti più difficili, più inquieti. L’obiettivo rimane sempre la voglia di comunicare e chiarire, di sciogliere ‘nodi’. Almeno è ciò che provo a fare. Il modo più prossimo che abbiamo per rispettare qualcuno è quello di metterlo al corrente di ciò che proviamo. Bene o male che sia.
Sei nato in Puglia, una terra caratterizzata dalla presenza del mare, per poi ritrovarti a lavorare per lungo tempo a Napoli. Quali sensazioni sono, dunque, legate alla bellissima città partenopea?
Penso che chi sopravvive a Napoli e alla sua capacità di turbare può essere pronto a qualsiasi luogo del mondo. È una città con un forte spirito monarchico e, allo stesso tempo, popolare. Accoglie e diffida alla stesso tempo. La gente di Napoli vive con passione e ardore ogni aspetto della propria quotidianità, e ciò con poca distinzione. Il limes non è possibile. A Napoli o diventi lava o muori. Napoli è oltre la retorica della fatica e bellezza. Ha un profondo intelletualismo sociale che genera corpi creativi, menti capaci di essere mare e vulcano. Persone instancabili, sotto tutti i punti di vista.
Non ti chiedo alcuna anticipazione legata al tuo ruolo, sarebbe impossibile averne, ma a tuo avviso cosa meriterebbe, quali nuovi coinvolgimenti?
Mi auguro che possa diventare primario. Mette il paziente al primo posto. Chi più di lui?
Una svolta maggiore, dunque, legata anche al punto di vista del pubblico che apprezza molto il tuo personaggio. Una sorta di spartiacque, un ruolo che porta con sé qualcosa di nuovo, distante dai classici personaggi da buono che spesso viviamo…
Ti ringrazio moltissimo per questo pensiero! Ho messo tanto di mio in Crovi in questi anni, avvicinandolo il più possibile alle persone, arricchendolo. Una dicotomia più che giusta, a mio avviso, frutto di un puro e semplice stare nella vita.
Parliamo, appunto, del pubblico, dell’essere riconosciuto, apprezzato, da tutti loro. Quali soddisfazioni ti regala?
Il pubblico è testimone del nostro lavoro. Un lavoro che è diretto unicamente a loro e alla possibilità di spostare e accarezzare le coscienze. Non a caso, sono un grande sostenitore del termine ‘popolare’ e sono spesso critico verso il mio stesso lavoro. Tendo a mettermi in discussione ogni secondo, dunque sentire che ci sono delle persone che in strada mi chiamano ‘dottore’ o essere, semplicemente, riconosciuto per altri lavori, mi fa piacere. Quando mi parlano della storia che ho raccontato, prendo una pausa dalla mia severa coscienza critica. Senza un pubblico che guarda non ci potrà essere una storia da guardare.

Cosa ti ha regalato, fino ad oggi, questo tuo percorso artistico, quali consapevolezze?
Grazie al mio lavoro posso accedere a zone emotive e psicologiche che mi permettono di poterle maneggiare. Il mio lavoro in primis è accettare il fatto che i rifiuti, i no, le rinunce e i sacrifici sono parte integrante della via personale e professionale. Questo mi ha portato a crescere, inevitabilmente.
Quale ruolo vorresti poter impersonare, non appena possibile?
Vorrei portare in scena un vero e proprio ispettore di polizia, un pm, un uomo caratterizzato da luci ed ombre, un po’ stile Crovi, legato comunque ad una forte intensità.
Mauro Racanati, che ruolo ricopre il teatro nella tua vita?
Inizierò a breve le prove di una nuova esperienza teatrale che partirà il 17 ottobre dalla Calabria per poi approdare anche a Parigi, a gennaio. Un Macbeth, un’esperienza di cui sentivo forte la mancanza, guidata da Daniele Pecci. Vestirò i panni di Banquo, uno dei protagonisti.
Quanta importanza ha, differentemente, il cinema?
Mi piacerebbe poter approfondire di più questo aspetto, al di là della diminuzione, purtroppo, legata ai fondi, alle produzioni che, conseguentemente, sono diminuite. I provini sono pochi, la possibilità di poter raccontare le storie anche ma, se potessi scegliere, di certo mi piacerebbe farne un po’ di più.
Sei felice, appagato, in questo momento?
La felicità è una lavoratrice instancabile. Ed io sono un gran lavoratore.
Cosa manca, se davvero credi possa mancare qualcosa, a questo tuo ‘viaggio’?
La possibilità di poter dare forma, vita, a dei ruoli e progetti, in cui io sia totalmente libero di mostrare cosa posso raccontare come attore e dove posso spingermi. Non è mai successo e non so se succederà. Al momento resto ancorato al presente, non riesco a proiettarmi oltre. Posso, però, dirti che non ho paura di rimboccarmi le maniche, di cadere, alzarmi e ricominciare. La felicità non è quella di restare in piedi, ‘nonostante tutto’?
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