A tu per tu con Silvia Morigi

Una carriera internazionale per la giovane attrice Silvia Morigi che ad aprile sarà al Tribeca Film Festival con il film “Safe Spaces” scritto e diretto da Daniel Schechter.

Classe 1990 e una formazione americana svolta a New York al Lee Strasberg Theatre and Film Institute dove ha completato il Two Years Conservatory Program nel dicembre 2016. In “Safe Spaces” interpreta Caterina, l’affascinante spirito libero che ruba il cuore di Justin Long a suon di reality checks. Difficile capire cosa le passi per la testa, il suo fascino irriverente conquista tutti contribuendo a creare un personaggio cui è facile relazionarsi, pur essendo avvolta in un’aura misteriosa.

Nel cast, oltre lei, anche Justin Long, Lynn Cohen, Fran Drescher e Richard Schiff.

Silvia Morigi. Foto da Ufficio Stampa
Silvia Morigi. Foto da Ufficio Stampa

Benvenuta, Silvia. Sarai al Tribeca Film Festival con il film ‘Safe Spaces’. Come descriveresti questo film?

Grazie mille per avermi invitata. Safe Spaces è una commedia romantica, sebbene condita di elementi drammatici e anche politici. Tutto inizia con la notizia dell’imminente morte della nonna di Josh per cui la sua famiglia, del tutto disfunzionale, è costretta a riunirsi. Da lì si snodano tutta una serie di dinamiche familiari sotterrate fino a quel momento e cariche di ogni tipo di sentimento che finalmente trovano lo spazio per venire a galla ed essere affrontate, seppur non necessariamente risolte.

Credo che uno dei punti di forza di questo film sia proprio che parla in maniera molto veritiera di situazioni in cui la maggior parte di noi si sono ritrovati ad un certo punto nella propria vita, senza però prendere le parti di nessuno o giudicare. Ogni spettatore ha spazio per agganciare il proprio punto vista ad un personaggio e farne il proprio “eroe”.

Ci presenti il tuo personaggio?

Accanto a Josh durante questi avvenimenti c’è Caterina, il mio personaggio. Caterina è uno spirito libero, partita dall’Italia per inseguire il suo sogno, si fa ospitare da Josh che anni prima ha conosciuto in Italia. Caterina è la scialuppa di salvataggio di Josh durante tutti gli avvenimenti turbolenti nel corso del film. Hanno una relazione onesta e coinvolta, ma senza le pressioni derivanti da un impegno dichiarato.

Caterina rappresenta per Josh il luogo sicuro – da qui il titolo del film, Safe Spaces – in cui rifugiarsi quando quando le minacce del lavoro, della famiglia si fanno incombenti. Quando mi è stato richiesto di fare il provino per questo personaggio la descrizione era letteralmente : ”la ragazza di Josh. Una donna italiana sui 20, intelligente, ma calcolatrice. Ha uno spirito brillante ed è entusiasta della vita, nonostante nutra la sotterranea convinzione di essere un pò sociopatica.”. Ho letto la scena per il provino, che peraltro è una delle scene più divertenti del film, che ci siamo divertiti tantissimo a girare, e mi è istantaneamente apparsa la natura di Caterina, il suo umorismo crudo e tagliente.

Silvia Morigi. Foto da Ufficio Stampa
Silvia Morigi. Foto da Ufficio Stampa

Quando il regista mi ha proposto il ruolo dopo il provino mi ha detto “Sai, sei l’unica ad avermela presentata sarcastica e pungente come la immagino io”. La cosa mi stupì perché pensai che per me non c’era altro modo in cui avesse senso di esistere.

Cosa pensi di aver dato a questo personaggio di te?

Sicuramente la mia ironia secca soprattutto quando mi relaziono agli uomini. Sono cresciuta con due fratelli maschi maggiori quindi ho imparato a difendermi con una lingua veloce da molto piccola. Caterina ha questa caratteristica.

Come me è una ragazza generosa e sensibile ma fortemente sulla difensiva. Con il regista, Dan Schetchter, durante le prove abbiamo immaginato che oltre alle sue ambizioni, a portarla in America ci fosse la necessità di scappare da qualcosa di claustrofobico che la perseguitava a casa. Allo stesso tempo siamo diverse nell’aspetto fondamentale che io sono sempre molto espansiva, mentre lei è fortemente riservata nei suoi aspetti personali. Durante le riprese Dan mi diceva sempre di mantenere il punto di vista di Caterina come fosse un segreto. Mi diceva, voglio arrivare alla fine del film e non avere idea di quello che ti passa per la testa. “Si innamoreranno tutti di Caterina!” diceva sempre sul set. “Perché è disponibile in un modo che ti intriga, ma che allo stesso tempo ti lascia entrare solo fino ad un certo punto”. 

Ci racconti dei corti “Praescitum” e ”Slappy”?

Praescitum è stato il mio primo progetto appena tornata a Roma. Erano appena aperte le iscrizioni per il 48 ore Film Festival e ho deciso di iscrivere un team che ho messo insieme di mia totale iniziativa. Sono stata molto fortunata per il fatto che tutti i componenti si sono dimostrati dei team player d’eccezione e sebbene fossimo tutti in gioco all’insegna del detto “l’importante non è vincere, l’importante è partecipare”, alla fine abbiamo vinto!

Dal soggetto che abbiamo scritto per il 48 ore abbiamo sviluppato la sceneggiatura di Praescitum e lo abbiamo reso una serie TV di cui gireremo la puntata pilota quest’estate. E’ la storia di un fratello ed una sorella che, per motivi che si scoprono successivamente, sono stati scelti per incarnare rispettivamente il bene e il male nella loro eterna lotta. La storia inizia quando arriva per loro il momento di venire a conoscenza del loro potere. Dal 48 ore è nata anche una preziosa collaborazione tra me ed Andrea Walts, regista di Praescitum.

Insieme abbiamo deciso di intraprendere la produzione di  Slappy, la storia di una giovane donna che elabora il trauma della morte dei suoi genitori sviluppando una doppia personalità che la porta a compiere atti dei quali non sarebbe capace altrimenti. Siamo in post-produzione adesso e non appena pronto lo faremo circolare a festival italiani ed internazionali. E’ stata un’esperienza interessante soprattutto per l’approccio all’aspetto della produzione. Normalmente come attrice non riguardo mai il girato giornaliero, mentre quando sei parte del team di produzione è essenziale che tu lo faccia per vedere se sono stati rispettati tempi, continuità e se il prodotto sta venendo fuori per bene. Devo dire che ho imparato tantissimo da ciò, anche e soprattutto a distaccarmi dal giudizio verso il mio lavoro e a vederlo nell’ottica del prodotto complessivo. Spesso come attori ci focalizziamo interamente sulla nostra performance, sulla fotogenicità del nostro look e sulle nostre scene, ma quello è solo un pezzo della storia che stiamo raccontando che nel cinema è fatta di tanti particolari, luci, atmosfere, punti di vista musiche.

Come ti descriveresti come artista e persona?

Sono una sognatrice. O comunque una cercatrice. Di connessioni e di esperienze fuori dall’ordinario. Amo le persone e sono profondamente convinta che ciascuno abbia una storia che meriti di essere raccontata. Se c’è qualcosa che mi rende un artista è sicuramente questo. Che ho trovato qualcosa da perseguire che trascende la mera soddisfazione di me stessa e guarda a un obiettivo che è universale. Credo che il cinema ed il teatro abbiano la missione fondamentale di ricordarci degli altri ed aprirci gli occhi sulle loro vite. Di renderci più umani e di portarci più vicini, storia dopo storia.

In che modo la recitazione arriva nella tua vita?

Da quando ero piccola  in realtà, anche se non l’avevo mai presa come una professione.I miei fratelli sono entrambi in campo artistico, uno è un musicista, l’altro è un attore. Ho sempre cantato, in modo amatoriale, anche durante l’università e la recitazione l’avevo interrotta intorno agli anni del liceo. Ma il pensiero che avrei voluto rimettere i piedi sul palco come attrice oltre che come cantante era costante.

Peraltro sono sempre andata tanto a teatro e nel pubblico mi sentivo dalla parte sbagliata del palco. Quando ho completato la laurea in legge, ho parlato con il mio fratello attore, Valerio, di questo mio desiderio e lui mi ha consigliato di andare fuori a studiare che mi avrebbe aperto tante opportunità in più. Sono partita per gli States per un corso di tre mesi e poi non sono più tornata per quattro anni.

Adesso, c’è un ruolo che vorresti ottenere?

Assolutamente sì! Vorrei tantissimo ottenere una parte in un pezzo d’epoca. Anche perché il mio look non è proprio quello tipico mediterraneo, nè molto moderno. Un film sul tipo della Favorita o Maria Antonietta mi piacerebbe tantissimo !

Tanto teatro e tanti spettacoli per te, cosa rappresenta per te la recitazione teatrale?

Il teatro è il mio primo, vero unico e grande amore. Adoro il cinema anche, ma come si dice, il cinema è dei registi, il teatro è degli attori. Sul palco si crea quello che Stanislavskij chiamava “un tacito rapporto tra l’attore e il pubblico”. Il pubblico e gli attori si riuniscono nella stessa sede per immergersi in un mondo di immaginazione, dove si possono vivere le esperienze che in una vita sola non sarebbero possibili, provare quelle emozioni che per paura o repressione non abbiamo il coraggio di concederci, un luogo sicuro dove essere spericolati.

L’immagine che ho ogni volta che entro realmente nella storia di uno dei miei personaggi è quella di un salto nel vuoto, abbandono la pretesa di sapere quello che succederà e lascio all’istinto il ruolo di guida. Se ho realmente capito la natura del personaggio non ho bisogno di pianificare, e i comportamenti che vengono fuori stupiscono anche me. A New York quando ero sul palco con lo spettacolo  “You Love That I’m Not Your Wife” , Giulia il mio personaggio, mi era entrata talmente dentro che sul palco mi ritrovavo a fare cose di cui non mi rendevo conto, aveva preso vita. Ci vuole tanta fiducia per fare questo tipo di lavoro. Senza nulla togliere, ma molti attori preferiscono pianificare le loro azioni, movimenti e comportamenti. Così però non c’è sorpresa e molto meno coraggio.

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