A tu per tu con Gabriele Baldocci

Gabriele Baldocci è uno dei giovani interpreti di musica classica più lanciato ed apprezzato in Italia e all’estero.

Gabriele Baldocci. Foto di Luca Sage
Gabriele Baldocci. Foto di Luca Sage.

Nato a Livorno il talentuoso pianista e insegnante di piano al Trinity Laban Conservatoire di Musica di Londra, si è fatto presto notare per la sua scioltezza al pianoforte, la sua sensibilità nelle interpretazioni e la sua grande passione per le sette note che lo hanno portato già a raggiungere grandi risultati.

Non meraviglia che Gabriele Baldocci sia divenuto con il tempo lo studente “di punta” della celebre Martha Argerich, la più grande pianista vivente del mondo con la quale spesso si esibisce, divenendo ambasciatore ufficiale e performer del Martha Argerich Presents Project. Nella sua carriera Baldocci ha suonato nelle location più prestigiose, dal Tonhalle di Zurico, al Parco della Musica di Roma, dal Ceramic Crystal Hall a Seoul alla Sala Verdi in Milan, Auditorium RTSI di Lugano, Teatro Ghione di Rome, Teatro Ponchielli di Cremona, Parnassos Hall ad Athens, Teatro Fraschini a Pavia, Le Poisson Rouge a New York e tanti altri.

Vincitore di importanti premi e concorsi come l’Alessandro Casagrande International Piano Competition e il Martha Argerich Piano Competition, Baldocci è stato il protagonista di un documentario prodotto dalla TV Classica. Di recente, poi il bravissimo pianista si è esibito in una serie di concerti in Spagna insieme proprio a Martha Argerich durante i quali hanno eseguito uno dei pezzi più interessanti e coinvolgenti della lunga e brillante biografia del musicista britannico Anthony Phillips. Dello stimato chitarrista ed ex membro fondatore dei Genesis, Gabriele e Martha hanno interpretato Gemini, brano musicale che ha lanciato la carriera classica di Phillips.

Come è nata la tua amicizia con Anthony Phillips e come è cominciata la tua collaborazione con lui per il pezzo Gemini?

Ho conosciuto Ant per puro caso. Un mio caro amico, Mike Morton, era frontman di una famosa cover band dei Genesis. Un giorno suonarono a Charterhouse School, che è la scuola dove si formò la leggendaria band, ed invitarono Anthony al concerto. Da allora, iniziarono a frequentarsi. Mike mi chiese un giorno di aiutare Anthony con delle telefonate che lui doveva sbrigare per alcune questioni di lavoro in Italia. Fui felicissimo di aiutarlo e, dopo una cena insieme, diventammo immediatamente grandi amici. Da subito capii il grande potenziale che la sua musica poteva avere anche nel mondo classico e gli proposi di scrivere un pezzo per me e Martha Argerich. Ed ecco che nacque Gemini, che lui mi propose per pianoforte solo e che successivamente trascrissi per duo pianistico. Ancora oggi, adoro presentarlo al mio pubblico nella stragrande maggioranza dei miei recital.

Prima di conoscere Anthony eri un fan della sua musica e quali dei dischi della tua discografia preferisci?

Siccome mio padre era un grandissimo fan dei Genesis, conoscevo la produzione di Anthony fin da piccolo. Ho un debole per il suo “The Geese & the Ghost” e adoro moltissimi brani dei suoi “Private Parts & Pieces”, oltre naturalmente alla sua sterminata produzione di musica per produzioni.

Parliamo di Martha Algerich. Quanto è impegnativo suonare in duetto con lei?

In realtà suonare con Martha Argerich è per me molto naturale. Martha è una delle persone a me più care e più vicine. Le devo moltissimo e le voglio molto bene. Sebbene condividere il palcoscenico con lei sia una grandissima responsabilità, è anche un privilegio immenso ed un atto quasi naturale dopo così tanti anni di amicizia.

Di recente ti sei esibito nel Sintomi di Feicità Tour 2018. Puoi tirare le somme di questa esperienza?

Il tenore Marco Voleri è uno dei miei più cari amici d’infanzia ed ho vissuto con lui i drammatici primi momenti della sua malattia, la sclerosi multipla, con angoscia e timore. Mi fa molto piacere vedere come sia riuscito a trasformare la malattia in messaggio di speranza e sono assolutamente orgoglioso di partecipare ai suoi tour, dove tra l’altro ho avuto la possibilità di presentare al pubblico Italiano la versione originale, per pianoforte solista, di “Gemini” di Anthony Phillips

Come ti sei avvicinato alla musica e al pianoforte?

È stato tutto molto naturale. Mio padre comprò un vecchio pianoforte verticale inglese prima che nascessi. Quando avevo due o tre anni, quell’antico strumento diventò rapidamente il mio giocattolo preferito. Ne ricordo ancora l’odore di legno stagionato ed il tatto particolare dei suoi tasti d’avorio. Da lì ad iniziare lo studio del pianoforte il passo fu breve. A sette anni mi ammalai di una malattia autoimmune e passai gran parte del mio tempo in casa, per svariati anni. Se da una parte la malattia mi depredò di una gran parte della mia infanzia, dall’altra mi trasformo in un concertista. Oggi, quasi quarantenne, non immagino la mia vita sotto un’altra luce.

Quanto ti impegna il tuo lavoro di insegnante e quali sono i valori fondamentali che cerchi di trasmettere ai tuoi allievi?

Il mio lavoro di insegnante mi impegna molto ma mi permette anche di condividere il mio bagaglio di conoscenze con tanti giovani talenti. Trovo che la musica sia innanzitutto condivisione e crescita e cerco di essere con i miei ragazzi l’insegnante che avrei sempre voluto avere io. Un insegnante che non si tiri indietro nel trasmettere tutto il suo sapere ed il suo entusiasmo verso un’arte così profonda e nobile.

Come mai hai scelto di lasciare l’Italia e andare a vivere in Inghilterra?

Mia moglie è spagnola, io mi sono sempre sentito cittadino del mondo, un po’ senza radici. Quando aspettavamo la nascita del nostro bambino, Alessandro, vivevamo in Italia. Pensai che il momento di affrontare il passo di un’avventura all’estero era arrivato ed iniziai a guardarmi intorno. Quando ricevetti l’offerta di una cattedra presso il Trinity Laban Conservatoire of Music and Dance di Londra non ci pensai due volte. Facemmo le valigie ed eccoci ancora qua, con un bellissimo bimbo trilingue ed una vita ormai divisa fra tre nazioni.

Quali sono i tuoi progetti futuri e ritieni che la tua collaborazione con Anthony Phillips avrà un seguito?

Ho dozzine di progetti. Uno dei più ambiziosi è terminare l’integrale delle Sinfonie di Beethoven trascritte per pianoforte solo da Liszt. Non è facile continuare a preparare quantità gigantesche di repertorio con i tanti concerti, viaggi, masterclass e collaborazioni che fanno parte della mia intensa vita, ma ho la fortuna di essere abbastanza veloce nel preparare nuovi programmi, e l’amore per ciò che faccio mi carica del necessario entusiasmo per affrontare il tutto. Con Anthony mi piacerebbe moltissimo sviluppare un progetto insieme, magari un album pianistico scritto ed interpretato da entrambi sul suo nuovo meraviglioso Steinway.

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