Massimiliano Caiazzo, a tu per tu col protagonista di “Mare Fuori”

Carmine Di Salvo è un giovane partenopeo che decide di non cadere nei tentacoli della criminalità organizzata, un mostro che conosce bene e con il quale si scontra ogni giorno tra le mura di casa.

Massimiliano Caiazzo. Foto fornita dall'intervistato
Massimiliano Caiazzo. Foto fornita dall’intervistato

Fratello di un boss che opera in un quartiere di Napoli e figlio di una vedova di camorra, Carmine non ha nessuna intenzione di percorrere la stessa strada dei suoi familiari ripento spesso la frase: “Je nun so’ comme vuje!”

Eppure, il giovane che sogna di diventare un parrucchiere e di aprire un salone tutto suo, da vittima diventa carnefice: uccide per difendere la sua donna da un tentato stupro, poche ore dopo aver rinunciato ad una esecuzione che lo avrebbe reso “uomo” agli occhi di suo fratello maggiore.

Un personaggio complesso, forte e consapevole del proprio destino, ma che nonostante tutto prova in tutti i modi a tirare fuori la testa dal fango e a tenere la schiena dritta.

A dare vita a questo personaggio, uno dei protagonisti della fortunata serie tv Rai: “Mare Fuori” è un giovanissimo attore: Massimiliano Caiazzo.

Massimiliano Caiazzo 23 anni nato a Napoli, cresciuto a Castellammare e da qualche anno residente a Roma per motivi di studio e lavoro inizia a studiare recitazione all’età di 18 anni presso la scuola di cinema Mèliès guidata dall’attore Gianfelice Imparato, per poi proseguire i suoi studi a nella Capitale con Francesca De Sapio.

Dopo aver partecipato nel 2012 due cortometraggi: “Sorrentum” e “Il simposio di Platone” debutta in Tv nel 2016 con “Furore”: serie Mediaset diretta da Alessio Inturri, e nel 2018  è selezionato come uno dei nuovi dieci giovani talenti italiani per il progetto Officine Lab presentato alla Festa del Cinema di Roma lo stesso anno.

Nello stesso periodo è in scena a Napoli con “Il diario di un bambino cresciuto”, spettacolo scritto e diretto dall’attore stesso in occasione del premio Annibale Ruccello.

E poi, al Festival del Cinema di Venezia 2020, una grande soddisfazione: vince il premio Premio Kinèo Giovani Rivelazioni.

Il resto è storia recente. Dopo un rinvio di qualche mese da parte della Rai va in onda “Mare Fuori”, un racconto scritto, diretto e prodotto con estrema cura dei particolari e che non banalizza le vicende di un gruppo di giovanissimi “ospiti” del carcere minorile di Napoli.

Il merito è da attribuire al regista Carmine Elia, ai produttori di Rai Fiction, e Picomedia, agli sceneggiatori Cristiana Farina e Maurizio Careddu e ad un cast che ha saputo fondere alla perfezione l’esperienza di Carmine Recano, Carolina Crescentini, Anna Ammirati e altri attori noti e il talento di attori giovani ma molto dotati, tra cui spicca Massimiliano Caiazzo.

Massimiliano Caiazzo. Foto fornita dall'intervistato
Massimiliano Caiazzo. Foto fornita dall’intervistato

Benvenuto a Massimiliano Caiazzo su La Gazzetta dello Spettacolo. Ti sei fatto le ossa con uno dei più validi, apprezzati e talentuosi attori del panorama teatrale e cinematografico nazionale: Gianfelice Imparato. “Il maestro fa l’attore”?

Personalmente è stata una grande fortuna avere come primo insegnante Gianfelice, lui mi ha trasmesso tutta l’etica di questo mestiere che ancora oggi porto gelosamente con me.

Ricordo ancora le sue parole: “L’attore in scena non mette la maschera bensì se la toglie!”

Questa frase cambiò totalmente il mio modo di pensare a questo mestiere…

Quando hai saputo di dover interpretare il giovane Di Salvo, su cosa hai lavorato in primo momento?

Per preparare il personaggio di Carmine sono partito da ciò che in sceneggiatura mi aveva più colpito: questo forte istinto di protezione nei confronti delle persone che sente vicine e che lo accettano per quello che è.  Ho trovato forte motivazione in tutta la sua storia di ragazzo vittima di violenze sia psicologiche che fisiche, forse perché un po’ mi ci rispecchio, è stato un tema stimolante da un punto di vista artistico ma soprattutto umano.

Hai dato più importanza alle emozioni o alla caratterizzazione del personaggio?

Durante il processo creativo non parto mai da uno stesso punto, ma mi lascio trasportare molto da cosa mi dice la pancia dopo le prime letture della sceneggiatura.

In questo caso ho lavorato molto sull’anima dei gorilla. Trovo affascinante il fatto che questi animali non sono tendenzialmente violenti ma lo diventano nel momento in cui un membro del loro branco rischia la vita.

Un fortissimo istinto paterno, che in Carmine è in continua evoluzione, opposto ad un’aggressività appunto animale, questo è stato il trampolino di lancio per esplorare gli aspetti della sua personalità.

Il lavoro è stato lungo ma non c’era un giorno in cui non tornavo a casa stupito da cosa avevo scoperto su di lui e su di me … sembrava che le due cose si nutrissero a vicenda.

Mare Fuori ti ha dato l’opportunità di recitare con attori esperti e noti al grande pubblico, cosa hai rubato e a chi? Se hai rubato qualcosa in termini artistici, ovviamente…

Carmine Recano è diventato un punto di riferimento. Spesso lo guardavo in scene in cui ero fuori campo: come si preparava, cosa faceva nello specifico, tutto con grande tranquillità, questo mi affascinava.

I giovani di qualsiasi periferia spesso scelgono il percorso sbagliato e i motivi sono innumerevoli…l’arte, la recitazione, la musica e la poesia all’interno della serie sono descritti come strumento di redenzione e autodeterminazione: un ottimo esempio. L’arte ha salvato anche te da qualcosa?

Sicuramente l’arte dà quella dannatissima sensazione di essere fuori luogo…io, personalmente, mi sono sempre sentito inquieto e spesso al posto sbagliato per il modo in cui vedevo alcune cose o per come mi comportavo.

Finivo per rincorrere esempi ed ideali solo perché ritenuti giusti dalla maggioranza ma non da me.

Oggi è come se ci vedessi meglio, e mi sto rendendo conto di quanto tutti quegli aspetti per cui, in un periodo compreso tra i miei 14/15 anni, venivo preso in giro ora si stiano rivelando la mia fortuna più grande.

Oggi continuo a giocare come giocavo all’epoca, con la differenza che mi giudico di meno, molto di meno, ed ho tanti nuovi compagni di gioco … è come se la mia cameretta si stia ingrandendo sempre più lasciando la porta aperta!

La Napoli raccontata in questa serie è ricca di complessità ma anche di notevole umanità. Una città che lascia spazio e che valorizza anche chi sceglie percorsi giusti e privi di illegalità. Eppure, questa “narrazione” non sempre è il paradigma base per un racconto, perché?

Penso che chi sceglie di raccontare certi temi piuttosto che altri è perché ne avverte la necessità e pertanto è giusto che esponga il suo punto di vista nel momento in cui, però, questo è centrato e radicato a delle serie ricerche, e non solo al “sentito dire”, perché sennò finiamo nello stereotipo.

A mio avviso, quindi, è giusto scegliere il tipo di narrazione che si vuole, a patto però che sia spinta da una necessità: un bisogno reale di raccontare certe realtà.

 Qualunque esse siano, perché solo così le storie diventano vere e possono toccare noi spettatori!

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