Paolo Paparella: il successo è l’arte di comunicare

Giornalista, scrittore, autore TV e per il web, regista e molto altro. Paolo Paparella ha fatto del suo talento nel comunicare il suo grande successo professionale.

Paolo Paparella. Foto fornita dall'intervistato
Paolo Paparella. Foto fornita dall’intervistato

C’è chi la vita degli altri, il mondo che ci circonda e le sue contraddizioni ama raccontarli a voce e chi, invece, praticamente da sempre li narra scrivendo. Che si tratti di riviste di attualità e spettacolo, o che si tratti invece di magazine glam e trend, che nel corso della sua carriera ha diretto riscuotendo grande successo, Paolo Paparella si è sempre distinto per l’alto standard delle sue “produzioni”.

Professionalità ha sempre fatto rima con creatività per il giornalista, scrittore e film maker che vanta una carriera ultraventennale costellata di collaborazioni con personaggi prestigiosi della cultura, dello spettacolo e del cinema internazionali. Non a caso nel 2011 Paparella ha debuttato nell’ambito delle arti visive con il documentario Bartitsu – The Lost Martial Art of Sherlock Holmes, presente in ben due musei inglesi come unico documento storico di un’arte occidentale del combattimento. Autore di format televisivi e per il web, Paolo ha creato il primo mockumentary turistico della rete ACE Trippers e si è dedicato alla realizzazione di cortometraggi a carattere sociale selezionati in contest mondiali. E c’è da scommettere che il suo rapporto dietro la cinepresa come film maker non si fermerà certo qui, a partire dai nuovi progetti che ci ha già anticipato. E se da una parte Paolo Paparella è un personaggio ambito nel mondo dello spettacolo, sempre presente ai migliori eventi mondani, uno che in un ambiente dove molti sgomitano alzando soltanto polvere, riesce invece a fare i fatti, dall’altra non intende mettere da parte la sua passione per la cronaca e la sua attenzione ai temi “seri” e più scottanti del nostro tempo. Non sorprende quindi che qualche anno abbia tenuto un corso di giornalismo e scrittura presso il carcere romano di Rebibbia, esperienza intensa e profonda che lo ha portato a maturare la pubblicazione del libro Un germoglio tra le sbarre (2016 Editore Pioda, Roma), in vendita su Amazon e presentato al Senato della Repubblica. Abbiamo intervistato Paolo Paparella per farci raccontare qualcosa di più del suo interessante percorso professionale e dei futuri svolgimenti…

Paolo Paparella, raccontaci come è nato il libro Un germoglio tra le sbarre…

Il libro nasce in carcere, quando sono stato chiamato per realizzare un corso di giornalismo nel settore maschile di Rebibbia. Sono così entrato in quella struttura dove tutti i giorni ero a stretto contatto con i detenuti del G9al primo piano, un settore dove nessuno vuole andare perché piuttosto critico, popolato da persone che si sono macchiate di crimini gravi, hanno parlato contro i propri compagni oppure sono responsabili di delitti efferati a sfondo sessuale.

Mi riferisco a quelle persone che di solito non possono stare con i detenuti comuni. Tanto è vero che quando sono entrato lì qualcuno mi ha detto “è inutile che ci vai, che ci vai a fare, tanto quelli non possono imparare nulla”. Invece io non ho ascoltato e ho voluto andarci lo stesso.

Qual era il tuo scopo?

Io avevo un duplice scopo. Il primo era capire come ci si sentisse stando dietro le sbarre, anche se il mio era un altro spirito perché poi io uscivo fortunatamente, mentre loro purtroppo rimanevano dentro. Oltre a capire cosa si prova in una situazione del genere volevo anche cercare di interagire con coloro che appartengono a quella che viene definita la “classe zeta”, ovvero l’ultimo gradino della società. In poche parole: dopo di loro non c’e nulla. Volevo portare avanti un percorso di insegnamento ma anche di riabilitazione di queste persone agli occhi della società, o farlo almeno in parte perché di sicuro non è una cosa semplice.

Come sono andate le cose?

E’ stato molto interessante e alla fine è venuta fuori una cosa diversa da quella che ci aspettavamo all’inizio. Ne è scaturito un libro in collaborazione con la professoressa Angelica Artemisia Pedatelladella Scuola Superiore del Convitto Nazionale, quindi una scuola molto elegante, di serie A se così vogliamo chiamarla, dove studiano figli di personaggi illustri. Noi abbiamo “messo in contatto” questi ragazzi che provengono da famiglie colte e benestanti con i detenuti facendoli scrivere tutti sullo stesso tema: ad esempio cos è per voi la libertà? Il risultato è stato davvero interessante. I ragazzini, ad esempio, hanno scritto che andare a scuola per loro era stressante, che gli sembrava di essere privati della libertà. Invece i detenuti hanno scritto: “sento freddo quindi sono vivo e se sono vivo sono libero”. Un concetto di libertà molto diverso.

Qual è la particolarità di questo volume?

Un germoglio tra le sbarre è un libro diviso in tre “celle”. La prima è un’analisi fatta da professori universitari, persone di prestigio anno, uno psichiatra italiano che lavora all’estero e che ha risolto vari problemi in altre nazioni, una persona, sempre italiana, che ha costruito carceri, quindi tutti soggetti che hanno trattato il tema carcere dall’esterno e che hanno fornito i loro punti di vista. La seconda “cella” è caratterizzata dall’incontro virtuale tramite “pizzini” che portati da me e dalla professoressa di cui dicevo prima dagli studenti di fuori ai detenuti dentro Rebibbia. Ovviamente il tutto autorizzato dal giudice di sorveglianza.

La terza “cella” racconta la storia di un detenuto coinvolto in una rissa con quattro extracomunitari armati di coltello. Lui era con la fidanzata, ha tolto il colletto ad uno e lo ha accoltellato. Il ragazzo extracomunitario è morto, lui è in carcere e soltanto in Second Grado gli è stata riconosciuta la legittima difesa. Purtroppo però sua vita era già finita perché la fidanzata mentre lui in carcere lo ha lasciato, la mamma è morta, lui ha perso la casa popolare in cui viveva che gli e stata occupata. Questo ragazzo alla fine si è ucciso ed ha lasciato i suoi manoscritti realizzati in carcere ad un ispettore di polizia. Questi scritti sono stati riportati nel libro senza che fosse cambiata una virgola, soltanto chiamandolo convenzionalmente Gianni per rispettare il suo nome.

Parliamo adesso dell’attività che svolgi dal punto di vista cinematografico. Come ti sei avvicinato al cinema?

Ho iniziato per merito o per colpa di Tony Wolf. Lui era in Italia per una masterclass di combattimento scenico, ci siamo conosciuti e mi ha detto che voleva realizzare un film documentario su come combatteva Sherlock Holmes. In quel periodo la produzione di Sherlock Holmes gli aveva chiesto di insegnare all’attore Robert Downey Jr a combattere, quindi è successo prima che il primo film venisse girato. È una cosa interessante perché nessuno sa che questo tipo di combattimento, il bartitsu, esiste davvero. Ne Il Mastino dei Baskerville Sir Arthur Conan Doyle lo chiama bartisu con la “s” e già in epoca vittoriana c’era una palestra fondata da Sir Barton Wright dove si praticava. Wright aveva girato per l’Oriente apprendendo tutti i tipi di combattimento, dal ju jitsu al karatè al judo. Tony Wolf ed io abbiamo realizzato questo documentario perché in effetti nessuno aveva mai descritto le tecniche di questa arte di combattimento. E’ qualcosa a metà tra il documentario puro e la fiction. Abbiamo assoldato attori che combattono, abbiamo girato in Russia, dove c’è un gruppo di ragazze che combattono ancora in quella maniera, quindi siamo andati Svizzera dove c’è si ambienta la scena finale di Sherlock Holmes, con lui che si getta dalla cascata con il suo acerrimo nemico il professor Moriarty. Poi abbiamo girato in Calabria dove abbiamo trovato delle persone che conoscono questo combattimento e che fanno parte delle Forze dell’Ordine. Infine siamo andati a girare in Inghilterra perché ovviamente il documentario nasce sulle orme di Sherlock Holmes e a Chicago patria di Tony Wolf, da dove è partito questo docufilm.

Adesso per te cosa bolle in pentola?

Ho realizzato da poco un cortometraggio con Gigi Miseferi come attore principale. La colonna sonora è affidata Massimiliano Lazzaretti, un musicista che ha scritto varie colonne sonore e preso diversi premi. Di recente si è occupato della colonna sonora di un film con Gerard Depardieu. Sto cercando di specializzarmi sul settore dei cortometraggi che secondo me può avere un grande futuro. Il titolo è Anarchia. Siamo in fase di montaggio e uscirà probabilmente ad ottobre, ci siamo lavorando in questo periodo.

Come regista c’è qualcuno a cui ti ispiri?

A me piace molto Martin Scorsese. Lui è un regista che riesce a far morire il protagonista a metà del film e a non farne risentire. Guarda il suo The Departed: ha fatto morire Leo Dicaprio a metà della storia ma il film va avanti lo stesso. Lui costruisce tutto talmente bene che…la macchina va avanti da sola.

La tua attività di giornalista e di regista, rispetto a quella di scrittore di cui abbiamo parlato prima, ti porta in un mondo più “superficiale”,fatto meno di sostanza e più di apparenza…

Però tutto è sempre legato all’elemento della scrittura che parte da dentro noi stessi. Anche nell’ambito del cinema, ad esempio, scrivo io tutto quello che giro. Il soggetto è sempre mio e la sceneggiatura è totalmente o in parte mia. Perché la scrittura ti da modo di guardarti dentro e di esprimere te stesso all’esterno, poi il modo di comunicare può cambiare se si tratta di un aspetto filmici, di un video piuttosto che di una narrazione veloce, tipo quella di un settimanale di carta stampata piuttosto che una narrazione più lenta come quella di un libro. Cambia il modo, insomma, ma non cambia il comune denominatore, ovvero la voglia di riflettere su se stessi e di trasmettere ciò che hai dentro agli altri. Cambia il mezzo ma non il fine, che nel mio caso è la scrittura, ovvero ciò che lega tutta la mia vita.

Nel mondo dello spettacolo ti trovi bene, hai stretto delle amicizie?

Io mi trovo benissimo. Il mio ruolo mi obbliga a essere rispettoso di tutti ma non troppo amico di nessuno. Non posso stringere amicizie troppo intense nello showbiz ma è ovvio che una pizza con qualcuno, qualcuno con cui mi vedo o trascorro le vacanze ci sta. Insomma, qualche legame si crea per forza…

Sui social abbiamo visto di recente foto di te con Eliana Michelazzo. Ci assicuri che non sei tu Simone Coppi?

No, non sono Simone Coppi! Io ed Eliana siamo ottimi amici ma non c’è niente di più tra di noi.

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