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Stefano Lodovichi: il regista de “Il Cacciatore” si racconta

È uno dei registi più giovani del panorama italiano, uno di quelli più innovativi e propositivi; pronto insomma a creare un prodotto originale e diverso da quanto si è visto in precedenza, parliamo di Stefano Lodovichi. Uno di quelli per cui il lavoro di squadra è tutto e che crede che per avere un risultato eccellente ci sia bisogno dell’apporto e supporto di tutti quanti. E’ proprio lui, il famoso al pubblico affezionato Rai in quanto regista della serie TV “Il Cacciatore”, ispirato alla storia del magistrato Alfonso Sabella impegnato nella caccia ai mafiosi durante gli anni ’90.

Stefano, laureato in critica del cinema, da sempre appassionato del cinema d’intrattenimento, della TV e di tutto ciò che è stato rivolto e pensato per il grande pubblico. “La chiamata ricevuta dalla Rai per dirigere Il Cacciatore”, ci racconta, “ha rappresentato una occasione incredibile. Realizzare una serie TV vuol dire lavorare in una lunga storia formata però da tanti piccoli film. In questo caso, oltre che alla regia, sono stato nel gruppo di scrittura: sono infatti sceneggiatore del 4 episodio e co-sceneggiatore del 5. Questo è stato per me motivo di piacere e divertimento, poiché ho potuto lavorare ai soggetti con i diversi autori e ho potuto creare un’atmosfera all’interno della serie che privilegiasse l’azione e l’oscurità. Tutto questo ovviamente sempre confrontandomi con i produttori e con la Rai. Non penso la serie tv sia qualcosa di differente: è solo tutta una questione di durata”.

È uno dei registi più giovani del panorama italiano, uno di quelli più innovativi e propositivi; pronto insomma a creare un prodotto originale e diverso da quanto si è visto in precedenza, parliamo di Stefano Lodovichi.
Stefano Lodovichi, regista de Il Cacciatore, durante le riprese. Foto da Ufficio Stampa.

Lodovichi ha diviso la sedia da regista insieme al suo collega Davide Marengo: quest’ultimo ha diretto infatti gli episodi 7-12. Un esperimento davvero ben riuscito quello dei due registi, che hanno fatto sì che il proprio lavoro rappresentasse l’Italia al Canneseries, il festival dedicato alla serie internazionale. Ma quali sono i tratti caratteristici che contraddistingue “Il cacciatore” ad altre serie ispirate al rapporto Stato-Mafia? “Essenzialmente sono tre”, continua.

Il primo riguarda la questione raccontata dalla parte dei mafiosi, il secondo da quella dei buoni, il terzo riguarda la forma. La nostra volontà era quella di raccontare il mondo mafioso non connotandolo solo come “cattivo”; questo non riesce a farti capire il livello di mostruosità. Per questo motivo abbiamo raccontato anche i momenti di vita privata, cercando di mostrare le componenti comuni a tutti quanti. Come Saverio, sembra che i mafiosi vadano al lavoro e cambino uniforme: a casa genitori e compagni di vita che amano i rispettivi partner; dopo fanno cose mostruose. Per quanto riguarda lo sguardo sui buoni, c’è stata la volontà di creare un antieroe oltre che un eroe. Quando si parla del protagonista, si parla di un personaggio che non può essere sporcato: in qualche modo spesso capita quindi di fare un lavoro più superficiale.

Nel nostro caso, abbiamo preso libertà dal raccontare solo vita vera e ci siamo distanziati: motivo per cui abbiamo cambiato nome al protagonista. Saverio (interpretato da Francesco Montanari) appare un personaggio più stronzo, che avrà un percorso di discesa nell’oscurità e chissà di risalita. Per quanto riguarda la forma invece, il tono utilizzato è un tono pop con references cinematografiche come Scorzese o Sorrentino. La nostra voglia è di non parlare solo ad un pubblico ristretto, ma di parlare di storie e di personaggi più o meno buoni con diverse dinamiche”.

Stefano Lodovichi: “Sono un allenatore che cerca sempre il confronto con la sua squadra”

Stefano Lodovichi ha avuto l’arduo compito di dirigere i primi episodi della serie; arduo e complicato perché ha dovuto lavorare sulla psicologia dei telespettatori, ha dovuto comprendere i loro desideri e le loro emozioni, si è immedesimato in ciò che il pubblico voleva vedere. E si sa che se un prodotto non colpisce nell’incipit, questo non colpisce proprio più. E dato il numero di ascolti, vuol dire che la prova è stata superata alla grande. “Se dovessi darmi un voto, non saprei. Forse mi darei 6 e mezzo. A scuola non andavo molto bene e quando avevo 6 e mezzo ero felicissimo; questo è il voto della felicità. Adesso sto andando bene, vedo il pubblico molto reattivo.

Lavorare con un team così grande e composto da soli professionisti può sembrare complesso e pieno di difficoltà. Ma per Stefano non è così. “Questa cosa non mi spaventa, perché il mio lavoro consiste proprio in questo: nel confrontarmi e costruire insieme agli attori i personaggi. Il mio metodo è quello di cercare una chiave di contatto con la persona che ho davanti. Non è vero che gli attori sono tutte marionette, io con loro riesco a parlarci. Si tratta essenzialmente di un gioco di squadra: io sono l’allenatore e loro vincono grazie a me come io vinco grazie a loro perché da soli non si fa nulla. Nel mio blocco ci sono 190 ruoli; con tutti questi ruoli devi essere in grado di trovare tante chiavi: forse questa è la cosa più complessa, perché non parli con tutti allo stesso modo. Proprio come se dovessi parlare con persone di Paesi e lingue diversi”.

Ma Stefano Lodovichi non è solo “Il Cacciatore”. Tra i suoi lavori ricordiamo anche “A quadro”, “In fondo al bosco”, oltre che molti videoclip e cortometraggi. Lavori diversi e molteplici che ad oggi gli hanno permesso di avere quella maturità artistica che notiamo soprattutto nel Cacciatore. Ma se dovesse dire quale sia stato il primo lavoro che gli ha cambiato la vita, Stefano non sa cosa rispondere. “È complicato dirlo. “A quadro” mi ha dato la possibilità di essere notato tra gli addetti anche se è uscito in poche sale. “In fondo al bosco” è arrivato solo grazie al primo e ad altri progetti che non sono mai partiti. Questo lavoro ha fatto vedere che mi so muovere nel genere, al di là dell’iper realismo attuale”.

E sul suo genere preferito, non ha alcun dubbio. “Mi piace raccontare storie di genere: thriller, horror. Forse “In fondo al bosco” mi ha fatto fare questo salto. Certamente la svolta vera e propria è arrivata con “Il Cacciatore”; non ho mai avuto la possibilità di parlare ad un pubblico così vasto. È bello quando vengono citate frasi scritte da te o riferimenti a scene girate da te. Vuol dire che hai un grande pubblico a cui piace molto il tuo lavoro”.

Ogni artista lascia un proprio segno comune in tutti i lavori. Ma qual è quello di Stefano? “Non credo e non penso di poter dire se esiste un mio stile o modo. Devono essere gli altri a dirlo. C’è solo da parte mia tanta voglia di divertirmi con il pubblico, pensando a chi guarderà il film o la serie; lo faccio pensando a quel brividino che può provare lo spettatore. Mi immagino accanto a loro quando sta per arrivare una determinata scena e penso se magari quel brividino possa arrivare anche a loro”.

In questi giorni “Il cacciatore” sta concorrendo a Cannes. Vedremo se l’Italia riuscirà a portare a casa il premio grazie al lavoro degli eclettici Stefano Lodovichi e Marengo.

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