A tu per tu con Gaetano Amato

Una piacevole chiacchierata con Gaetano Amato

Trasformare un’intervista in una concreta e lunga chiacchierata si può, quando l’interlocutore è una persona colta, simpatica e dal bagaglio artistico carico di esperienze. Grazie a Gaetano Amato le domande e le risposte hanno preso la forma di un dialogo fra amici che si scambiano curiosità e punti di vista.

Gaetano Amato

Gaetano Amato attore di TV, Cinema e Teatro tra queste tre forme d’arte qual è la sua preferita?

Io credo che non ci sia una forma d’arte preferita, chi fa questo lavoro (almeno quando lo abbiamo iniziato noi “veterani”) lo fa per totale passione, per cui fare uno spettacolo amatoriale o fare, che ne so, la prima al Sistina era uguale. Il rapporto con il pubblico è la cosa principale, quella fondamentale.

La televisione ci ha resi noti nelle case degli altri, ad ora di cena, ora di pranzo, qualcuno anche alle 3 di notte aspetta la serie… poi alla fine si diventata persone di famiglia e proprio a tal proposito ti racconto un aneddoto: eravamo nel periodo del “La squadra” e con il produttore mi avevano chiesto di presenziare ad una conferenza in una scuola, dove però mi sono sentito male, trasportandomi addirittura in ospedale. Io ero piegato in due a causa di una colica di colicisti, dolori lancinanti ed insopportabili, quando all’improvviso arriva una persona che da dietro e mi da una botta direttamente ai reni esclamando “Ueee Sergio (personaggio della fiction) che piacere!!”, cioè per loro io ero uno di famiglia e ringraziando Dio, malgrado “La squadra” sia finita da tanti anni, resto ancora l’amico della porta accanto.

E’ chiaro che il contatto con il pubblico è tutt’altra cosa, sia se hai lavorato bene o male, lo puoi comunque toccare con mano, c’è l’applauso finale in teatro o la risata nel cabaret. Credo che qualsiasi di queste branchie dello spettacolo faccia contento un attore. Come fai a non essere contento dopo aver girato una scena con Woody Allen o con Anthony Queen? Io quando ho debuttato con Vittorio Caprioli o Turi Ferro ero davvero entusiasta. La cosa bella è che io ho debuttato al cinema con Vittorio nell’87 e per non so quale coincidenza, il figlio di Vittorio Caprioli, Carlo, ha poi debuttato con me, in una scena, dove ero io il protagonista per un lavoro di Elvio Porta che ci ha da poco lasciati.

Oltre ad essere attore, Gaetano Amato è anche scrittore, l’ultimo suo romanzo di successo è “Il mistero della I Lunga”. Da dove è nata questa passione?

Io da sempre scrivo, ma non mi ritengo uno scrittore, io mi ritengo un cialtrone, uno che fa quello che la testa gli dice in quel momento, faccio tante sciocchezze, sono abituato a prendermi in giro da solo, perché credo che chi non ride di se stesso deve fare pace con la vita. Se vedi la mia bacheca di Facebook sono il primo che si prende per i fondelli, mi metto al centro dello “sfottò”, anche perché per un attore è facile far piangere, è il dover far ridere che è più difficile. Il fatto che ci sia gente che la mattina viene a leggere le caxxate che scrivo sul mio profilo, mi riempie di orgoglio, c’è gente che addirittura mi scrive in privato dicendomi :”Io comm’aggia fa, io la mattina veng’ a vrè chell’ che hai scritto tu e la giornata mi si para davanti in un altro modo, la mia giornata inizia con il sorriso“. Se il buongiorno si vede dal mattino allora stiamo apposto, io poi sono una persona che si alza verso le 5 30/ 6.00 per cui il primo post lo pubblico prestissimo, verso le 6 15, un vero e proprio buongiorno.

Io non mi ritengo uno scrittore…ma io non mi ritengo nemmeno un attore, faccio delle cose, poi se le faccio bene o le faccio male lo lascio giudicare agli altri. La passione per la scrittura forse nasce pure per esigenze, in quanto tanti anni fa facevo Cabaret con un gruppo che a suo tempo avrebbe avuto veramente le carte in regola per sfondare ovunque, non eravamo la Smorfia per amore del cielo, però ci avevano proposto anche di approdare a Drive in e non lo abbiamo fatto. Era un gruppo nato in Penisola Sorrentina, si chiamavano “Cab e mbrell”, di quel gruppo siamo rimasti solo in due, perché uno del gruppo, ci ha lasciati un mesetto fa, Ciro Ruggiero, persona straordinaria e prima di lui se ne era andato l’avvocato Paolo Leonelli e tutti e due nemmeno anziani. Ad un certo punto il gruppo si sfascia per così dire, perché Paolo faceva l’avvocato, c’era poi Tonino, che era il più giovane, Tonino Pane, il quale all’epoca era uno sfaticato, uno strafottente, un menefreghista, per cui il cabaret lo volevano fare esclusivamente per divertimento, io invece che già stavo pensando di provarci in questo mestiere, ad un certo punto mi sono trovato da solo a continuare e fu proprio Ciro Ruggiero a spronarmi a fare gli spettacoli in solitario, scrivendo magari qualcosa insieme e fu da quel momento che ho incominciato a scribacchiare.

Il primo libro invece nasce come soggetto per un progetto televisivo, o meglio io scrissi questo soggetto di 100 pagine ed era “Il Testimone” (selezionato poi tra i finalisti del Premio Bancarella) e pensa senza che io lo sapessi un amico, attraverso la sorella, lo fece arrivare ad un editore e quando poi venni chiamato dal Direttore Editoriale pensai che avesse sbagliato numero perché sapevo di non aver mai scritto un libro e per tutta risposta mi disse che invece lui lo aveva sulla sua scrivania e si chiamava per l’appunto “Il testimone” e benché dovesse essere destinato ad una situazione televisiva mi chiese se fossi d’accordo per la sua pubblicazione e fu così che “nacque” il mio primo libro.

Mi piace scrivere anche e soprattutto per me stesso, lo dico molto sinceramente, spesso mi vengono certe cose in testa e le metto su carta, una volta mi divertivo a scrivere a penna, cioè ogni libro era all’interno di un quadernone, poi con l’età (risata) faccio meno fatica a scrivere con il computer, però era bello… io ho ancora i due quadernoni conservati dei primi due libri, prima scrivevo a penna e poi lo riportavo su PC. Ricordo che me ne andavo sui boschi di Quisisana, che si trovano a Castellammare, mi sedevo tra gli alberi da solo e mi mettevo a scrivere a penna. Io dico che non sono uno scrittore perché non sono capace di mettermi davanti ad un computer e dire adesso devo scrivere, io quando scrivo è perché qualcosa mi ha detto Comincia. I miei libri o meglio “raccoglitori di panzane”che chiamiamo libri, cominciano con il finale, ovvero, quando ho un finale.

Gaetano Amato scrive dei gialli, che poi non sono gialli, sono gialli comici, sono un po’ particolari e quando ho la trovata, l’improvvisata del finale, la conclusione… il libro cresce da solo e poi impiego una decina di giorni per scriverne uno, non impiego tanto tempo, anche perché quando mi metto a scrivere so l’idea qual è ma non so quello che verrà dopo, mi lascio guidare dall’istinto e puntualmente poi quelle cose ritornano nei capitoli successivi. Ti racconto un altro aneddoto, quando sono andato al Premio Bancarella e c’erano gli altri finalisti, tutti veri scrittori, dei grandi professionisti, io li sentivo parlare e tipo dicevano che sul loro progetto letterario ci stavano lavorando da anni ed anni e quando chiesero a me, che al contrario avevo impiegato solo dieci giorni, mi vergognavo e non poco e quindi ho semplicemente detto che l’idea mi era venuta da bambino e che di conseguenza ci avevo impiegato 50 anni. Pensavo che impiegando così poco tempo nello scrivere potesse risultare una cosa leggera, anche se in realtà io non volevo e non voglio misurarmi a fare cose più impegnative. Dopo un po’ iniziai a scrivere “Gioco segreto”, il terzo libro, il quale venne ispirato da un’immagine vista in TV che mi suggerì il finale e così in sei, sette giorni, avevo scritto 13 capitoli. Pensai, quindi, che potesse essere qualcosa di troppo leggero, di poco considerato e lo lasciai nel PC. Dopo un altro paio di mesi il file mi ritornò sotto mano e per questo decisi di riprenderlo ed in cinque giorni erano scritti altri 12 capitoli. Ancora una volta non fiducioso decisi di lasciar perdere.

Il mio editore dell’epoca, nonché amico, mi chiamò e mi chiese se avessi qualcosa da fargli leggere, in quanto lui era prossimo ad un viaggio insieme alla moglie per Sharm e così gli mandai il file che avevo accantonato. Dopo tre giorni mi arriva una sua telefonata, innervosito ed incazzato con me in quanto io ero stato motivo di litigio con la moglie perché gli avevo mandato il romanzo dove però ci mancava il finale! Mi ero totalmente dimenticato che non lo avevo finito!… E così in un quarto d’ora gli ho scritto l’ultimo capitolo e glielo ho mandato. Quindi io dico che non sono uno scrittore professionista, le storie mi frullano in testa e quando iniziano a delinearsi le metto su carta. Ora ad esempio, già sto pensando ad un’altra storia da scrivere, conosco anche già il finale e voglio ambientarla a Castellammare, sempre con protagonista Gennaro Di Palma, investigatore napoletano, il quale ha la mamma ed il fratello che vivono a Castellammare. L’ultimo che ho scritto, che uscirà fra un paio di anni, è praticamente una caccia al tesoro tra i monumenti di Napoli, con la loro descrizione e si chiama proprio “L’Isola del Tesoro”. Nel prossimo libro, come stavo dicendo, voglio mettere delle storie di tradizione di Castellammare tipo ad esempio “Fratiell’ e Surell'” .

La tradizione racconta che in pratica dodici giorni prima dell’Immacolata, (i giorni vengono contati a stelle, la prima stella, la seconda stella… e vanno a crescere man mano che si avvicina l’Immacolata) tutte le mattine, intorno alle 4, prima dell’ alba, c’è un uomo misterioso che gira per la città cantando ( ed a questo punto intona in maniera perfetta la nenia della tradizione) “Fratiell’ e Surell’… oggi è la dodicesima stella ra’ Maronna”… è come fosse un ricordare agli altri che la Madonna dell’Immacolata va pregata e questa è un’antica tradizione che prende spunto da una leggenda, o meglio non si sa se sia una leggenda ma potrebbe esserlo, perché facendo delle ricerche a tal proposito risulta che a Castellammare fratello si dice Frat’ e sorella si dice Sor’ e non Fratiell’ e Surell’ , quindi fratello e sorella potrebbero essere appartenenti a delle congreghe e non essendoci il telefono, c’era chi si preoccupava di andare in giro a ricordare che era l’ora del rosario. Vorrei incominciare, proprio con questa storia, oltre a quella delle “Pacchianelle dell’Epifania” che esistevano solo a Castellammare, vorrei continuare con questa sorta di gialli che stavano nelle tradizioni, nelle leggende nostre.

Tre parole per descrivere Gaetano Amato

Pazzo, Onesto ed Anarchico. Io ho 60 anni ma non sono cresciuto, anche se a dieci anni avevo la saggezza del sessantenne. Ho avuto però sempre la testa sulle spalle. Non ho debiti con nessuno,né economici, né morali. Credo di essere una brava persona, una persona onesta e sono totalmente contro il potere.

Esperienza artistica di cui Gaetano Amato  è particolarmente fiero?

Ce ne sono tante. Nella mia vita ho incontrato delle persone veramente incredibili, fra queste sicuramente Ciro Madonna, che mai potrò dimenticare, come non potrò mai dimenticare Elvio Porta. Proprio oggi sono andato sulla sua bacheca e gli ho scritto : “O’ zi’, sei arrivato? Jamme, famme sapè che vi state dicendo tu, Totò, Eduardo e Massimo… io m’immagino che siparietti… e Pinotto ha scritto qualche altra cosa? A proposito, io aggia accattate a pasta e Gragnano… nun ce sta nu modo pe ta fa arrivà? E vieneme a truvà na notte e chesta… t’aggia chiedere nu pare e cusarelle… te voglio bene!

Io devo ringraziare queste persone, se artisticamente e culturalmente sono quello che sono, lo devo a loro che mi hanno fatto una trasfusione di cultura, di saggezza, di nozioni, di tutto insomma. Altre esperienze bellissime sono ad esempio il primo film con Vittorio Caprioli e Turi Ferro, ho avuto il piacere di lavorare con Anthony Quinn, ho lavorato con Woody Allen, il quale appena finito la scena mi venne a dare la mano ringraziandomi. Impossibile non nominare “La Squadra”, anche se la fiction che più mi ha emozionato è stata “Il grande Torino”, nella quale ho messo in scena anche la tristezza reale dei miei zii che stavano partendo con i miei cugini, in quanto costretti ad andare a Torino perché quà non c’era da mangiare… e quindi sicuramente “Il grande Torino” è la cosa più bella che ho fatto.

Esperienze belle ce ne sono tante, l’altra sera ad esempio, ero a Roma a vedere “L’Anatra all’arancia” e stavo uscendo dal teatro per entrare nei camerini ed una signora che a me sembrava di conoscere, mi ferma mi abbraccia e mi dice “Gaetano Amato, io sono Elena, la moglie di Aldo Giuffré!”. Erano 26 anni che non la vedevo, ho fatto compagnia con Aldo, uno dei più grandi attori italiani dello scorso secolo.

Non è possibile raggruppare una sola bella esperienza, io ho girato circa 200 film, oltre il teatro, sono 35 anni anni che faccio questo. Adesso lavoro un po’ meno, anche perché per la televisione italiana e per il cinema italiano quando arrivi a 60 anni sei vecchio e sei messo da parte, ma va bene anche così, va bene quello che ho lasciato, anche se io credo che un attore andrebbe “sfruttato” dopo i 50 anni, perché se si è bravi a 30 a 50 lo sarai sicuramente ancora di più e maggiormente a 60, ed a 80 anni si sarà straordinari.

Oramai i commissari hanno quasi tutti 30 anni o per lo meno devono dimostrarne tanti e qui torna in campo Elvio Porta che mi diceva: “Ricordati tu hai fatto tanto bene e sono proprio quelle persone a cui hai tu fatto tanto bene che non ti chiameranno mai, ma non ti chiameranno mai non perché ce l’hanno con te, ma perché tu vedendoti gli ricordi come erano e cosa erano“.

Una grande filosofia quella di Elvio, il quale ha scritto una frase intensa che sarà citata come dedica iniziale in un prossimo libro omaggio a lui : “Na’ lacrema si è semp a’ stess’ t’ consuma o’ cor'”. Se il dolore è uno solo e ce l’hai tutti i giorni della tua vita, ti buca il cuore, se il cervello vaga da un pensiero ad un altro non c’è questo rischio, ma se il dolore è uno solo diventa ossessione e l’ossessione ti ammazza. Io sono contentissimo e soddisfatto di quello che ho costruito con le mie forze senza ledere nessuno e senza raccomandazioni.

Per concludere un ruolo che le piacerebbe poter interpretare.

Ce ne sono due o tre che mi piacerebbe interpretare. Basta camorristi e basta poliziotti, certo però se mi chiamassero a fare il camorrista o il poliziotto ed è una cosa interessante, ci andrei, se non mi interessa no, non ci vado. Tu pensa che ho fatto un film dove sono stato pagato con due lattine di olio d’oliva extra-vergine ed un caciocavallo, ed ho rifiutato un lavoro di 4/5 giorni in cui, invece, venivo pagato.

Dall’alto del mio stipendiuccio, Gaetano Amato ha tre lauree e fa l’insegnante, non mi faccio mancare nulla, mi accontento di poco, e così facendo posso decidere quello che voglio fare e quello che non voglio.
I ruoli che amerei fare sono un prete, un clochard ed un portatore di handicap. La gente forse è convinta che io possa fare solo il cattivo, senza sapere che ho incominciato la gavetta facendo ridere ed ero anche quotato.

Il prete mi piacerebbe perché mi ha da sempre colpito il film “Totò contro i 4”, in cui uno dei ruoli più belli che io abbia mai visto era interpretato da Aldo Fabrizi che per l’appunto ricopriva la parte di un prete. L’altro ruolo è quello di un clochard, di un senza tetto, perché ho una gran voglia di parlare solo con gli occhi, la loro unica espressione, senza l’uso delle parole. Il terzo ruolo è quello di un portatore di handicap, perché ho avuto molto a che fare con loro e mi piacerebbe poter trasmettere quello che si vive.

I motivi sono semplici, perché dentro quel sacco che è la tua vita ci hai messo tante cose, alcune sono uscite ed altre no, quindi io vorrei tirar fuori da questo sacco quello che non sono riuscito a trasmettere non avendone avuta la possibilità. Vorrei emozionarmi facendo questi ruoli. Emozionandomi io forse riuscirei ad emozionare gli altri. Forse, forse, uno dei tre ruoli riuscirò ad interpretarlo, Sergio Assisi infatti, sta scrivendo un nuovo film (l’ultimo è stato “A Napoli non piove mai” a cui ho preso parte) e mi ha mandato un messaggio in cui mi ha scritto “Uagliò si nu’ prevt”, nun sai che sta venn’ fuori”.

Insomma, si… mi piacerebbe proprio tanto, tanto poter interpretare questi ruoli, ma tanto tanto tanto.

Il nostro augurio a Gaetano Amato è che possa realizzare quanto prima i suoi progetti, i suoi desideri artistici e lo ringraziamo per la piacevolissima conversazione perché senza dubbio ha lasciato un segno di grande simpatia, di umiltà, cultura e squisita disponibilità.

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