Dottor Davide Pagnoncelli: nei cammini nascono e si scrivono storie, autentici “social reality”

La guida “Architetti in cammino. Nuove economie per il turismo” pubblicata a cura del Dipartimento Accesso alla Professione, Politiche iunior e giovani del Consiglio Nazionale degli Architetti Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori, è rivolta agli architetti, in particolare i giovani, e a tutti coloro che intendono essere parte del cambiamento del sistema che ruota attorno alle risorse del turismo sostenibile e di prossimità, con lo scopo di creare nuove economie per la valorizzazione del territorio.

Dottor Davide Pagoncelli

Tra i vari contributi quello del Dottor Davide Pagnoncelli, Psicologo e Psicoterapeuta, a cui chiediamo dell’importanza del camminare.

Benvenuto Dottor Davide Pagnoncelli, quali effetti benefici psicofisici ne traiamo?

Camminare riduce i livelli di colesterolo alto, migliora la circolazione, combatte la ritenzione idrica, ossigena il corpo, rafforza i muscoli, fortifica il sistema immunitario, riduce i rischi di malattie (es. diabete e ipertensione).

Ma camminare è un modo efficace di liberare la mente; mette di buon umore, dona benessere generale; ristabilisce una neurochimica equilibrata e aiuta a riattivare i lobi frontali e il sistema limbico (es. dà ordine a pensieri ed emozioni).

Più ci “prende tempo” il digitale, più aumenta l’impulso opposto: scoprire (ri-scoprire) il mondo con il corpo fisico, sensoriale, però attraverso l’azione.

Nell’antica Grecia Socrate dialogava camminando; gli Stoici istruivano passeggiando sotto la “stoà”, i portici di Atene; Aristotele aveva allievi peripatetici, interagivano e passeggiavano mentre imparavano.

Ma noi… lo osserviamo attentamente il mondo in cui viviamo, lo degustiamo oppure abbiamo smesso di esplorarlo e di scoprirlo, di percorrere cammini?

Però, prima fermiamoci! Se non impariamo a fermarci, non possiamo neppure imparare a camminare.

Fermarsi non è una perdita di tempo: perché si parte dal proprio sé, dal proprio essere, si respira con consapevolezza, si fa il punto della situazione.

Ci si ferma per osservare ciò che si ama, i dettagli, i colori, le sfumature, i contrasti, i collegamenti; per tirare il fiato; per ritrovare energia, slancio e magari entusiasmo; per riprendere la mèta; per rientrare nella propria autentica interiorità; per ritornare un po’ indietro al fine di avanzare meglio (recita un detto francese: “Reculer pour mieux sauter”, indietreggiare per saltare meglio); per esplorare strade laterali interessanti che si connettono con la via maestra.

È una ricerca della propria identità, della propria essenza: altrimenti partiremmo per andare dove? Vagheremmo soltanto… senza mèta.

Ognuno ha la necessità -prima- di precisare chi è, di definire la propria identità, almeno in parte.

Il “Chi sono?” arriva prima del: “Dove vado?” Se non so chi sono, da dove parto e dove vado?

Perciò, se ti senti agitato, inspira ed espira, finché sarai sufficientemente calmo; utilizza varie metodiche di consapevolezza e di rilassamento.

Non puoi camminare con consapevolezza, se non sei sufficientemente calmo.  

Un cammino con nervosismo diventa solo un trasferimento; perdi la possibilità di osservare l’insolito.

I sentieri sono fatti per camminarci, ma anche per fermarsi.

Un detto molto diffuso afferma: “Il movimento fa guarire il corpo; la calma fa guarire la mente!”

C’è la via della quiete e c’è la via del movimento, c’è il momento per fermarsi e il tempo per camminare.

Dovremmo camminare in tutti i sensi e con tutti i sensi?

Nel cervello ci sono più neuroni o più sinapsi?

È importante notare che il numero di sinapsi in un solo neurone può essere piuttosto numeroso, fino a diverse migliaia. Il numero di sinapsi per neurone può variare tra 5.000 e 100.000 e il numero totale di sinapsi presenti nel cervello umano è stato stimato tra 1013 e 1015. Nel nostro cervello ci sono più sinapsi che neuroni.

Noi siamo superiori agli altri animali perché abbiamo più sinapsi, più collegamenti.   La nostra forza sta nelle connessioni!

Ognuno ha dentro di sé la possibilità di allargare i confini del proprio cervello connettendosi con altri mondi, andando oltre i soliti orizzonti.

Anche i piedi sono connettivi per natura, la loro funzione è di spostarsi e collegare a qualcos’altro, a qualcun altro.

Che i nostri piedi sappiano realizzare i nostri sogni, che i nostri piedi comincino a spostarci da dove siamo e non ci lascino fissati e limitati alla nostra usuale esistenza.   Passo dopo passo…

Se stiamo facendo un buon cammino e incontriamo qualcuno non chiediamogli che ruolo lavorativo ha o le solite cose, chiediamogli dove è diretto e cosa vuole esplorare.

Non ci serve la carta d’identità, ci bastano i nostri piedi. Dobbiamo imparare a vivere i nostri piedi, imparare a prenderci cura dei nostri piedi al pari del nostro cervello: questi sono capaci di portarci lontano, lungo la strada dei nostri progetti!   

Nel libro “La gaia scienza” Nietzsche puntualizzava: “Non si scrive soltanto con la mano, anche il piede vuol scrivere sempre”.

Siamo sedentari o nomadi? Siamo turisti o camminatori? Non possiamo essere viandanti ed esploratori?

Per ora ci sono più posti che sentieri -per ora- per cui cominciamo a progettare buoni cammini: cammini belli anche dal punto di vista estetico, cioè cammini con bellezza di vario tipo; cammini che siano occasione e stimolo per muoversi dal proprio confortevole posto; cammini che facciano “uscire dal proprio io” e si connettano con tante altre vicende e persone del passato.

Camminare per vedere, camminare per sentire, camminare per andare oltre.

Se non camminiamo non creiamo occasioni, opportunità, collegamenti e ci anchilosiamo mente e cervello.

Se non camminiamo fuori, ci sediamo dentro.

Se camminiamo, spostandoci oltre il nostro io, troveremo le risposte che abbiamo già dentro di noi e che non sapevamo di avere: perché noi sappiamo più di quello che comprendiamo!

Il cammino è un apprendimento attivo, esperienziale, coinvolgente, emotivo: la stragrande maggioranza dei nostri apprendimenti maturano da una decisione personale e dal fare, dal fare con esperienza diretta.

Lo guardiamo, lo leggiamo, lo sentiamo il mondo che camminiamo? Ci emozioniamo? Oppure il mondo lo attraversiamo soltanto?

La mèta del cammino non è la destinazione: questa è, per certi versi, solo un pretesto, uno stimolo.

La mèta del cammino sono io, sei tu, siamo noi!

La destinazione è il centro di se stessi!  

Nel cammino non si fa, si è!

Il cammino parte spesso da un disagio, da un’esperienza sgradevole, da un dolore, da una paura, oppure dal sentirsi troppo stretti nei propri confini: qualcuno scappa da tutto ciò, altri -i camminatori- da lì partono per scoprire nuove possibilità personali, per scoprire il meglio di se stessi.

“La strada la scopri mentre sei in cammino”, affermava Miguel de Unamuno.   Ognuno può riscoprire se stesso mentre cammina…

“Non smetteremo di esplorare. E alla fine di tutto il nostro andare, ritorneremo al punto di partenza per conoscerlo come se fosse la prima volta”, scriveva Thomas Eliot.

Se non è visto come obbligo o come qualcosa di esclusivamente atletico, il cammino stimola il cervello a essere più creativo.

Chi cammina sogna e… chi sogna cammina!

Camminare può aiutare a eliminare la tristezza, può aiutare a risolvere qualche problemino: “Solvitas perambulum”, scrivevano i latini; i nostri vecchi consigliavano a chi era assillato da un problema: “Pensaci, vai a fare quattro passi…”

La vita non è una corsa, è un cammino!  

Il cammino non può essere troppo veloce, anche se la velocità può servire negli spostamenti. Il cammino è sostanzialmente lento, poco tecnologico, esplorativo, degustatorio. 

Un detto popolare ci stimola: “Conosce meglio la strada la lepre o la tartaruga?”

Potremmo, infine, parlare di cammini “social” ovvero con sentimento sociale…?

In linea, in sintonia con la nostra struttura fisiologica e biochimica con cui siamo costituiti, l’intelligenza è strutturalmente sociale, connettiva: noi siamo intrinsecamente essere sociali.   

Io sono perché noi siamo! Io cammino perché noi camminiamo!

Precisa un proverbio kenyano: “Se vuoi arrivare primo, corri da solo; se vuoi arrivare lontano, cammina insieme!”

Perciò abbiamo un compito: rendere il mondo più connettivo, collegare gli elementi unici, sparsi, isolati: rendere il mondo più sociale.

“Il sentimento sociale è il barometro della normalità”, ha affermato lo psicoanalista Alfred Adler. Più la patologia è grave, più la socialità è debole, carente… o manca del tutto, come in certe severe patologie psichiatriche.

La soggettività è originariamente intersoggettività, la comunità ha un ruolo essenziale nella costruzione identitaria dell’individuo.

La società planetaria ha bisogno di costruire un umanesimo che integri saperi plurali e complessi, senza che ognuno di questi si ipotizzi autosufficiente o addirittura sostenga la guerra dell’uno contro l’altro.

Il sociologo Zygmunt Bauman -scomparso nel gennaio del 2017- scriveva: “In questo mondo si chiede agli uomini di cercare soluzioni private a problemi sociali, anziché soluzioni di origine sociale a problemi privati”.  

Dobbiamo, quindi, evolvere dalla egopsicologia… dalla egoarchitettura… dall’”egoqualcosaltro” (sempre ego comunque) verso una prospettiva più ampia: la sociopsicologia… la socioarchitettura!

La mission comune a varie professionalità, quindi, è di ideare e costruire strutture fisiche, architettoniche, comunitarie e umane che favoriscano lo sviluppo dell’intelligenza sociale, invece che gonfiare il narcisismo, l’ipertrofismo dell’io.

Il buon cammino non è unidirezionale, è sempre almeno bidirezionale, è sempre circolare.

Il buon cammino è strutturalmente sociale, anche se può essere svolto per lunghi “pezzi” o momenti in solitaria, perché il cuore è sempre aperto alla connessione: per un verso col mondo e la storia precedente e, per un altro verso, con il futuro, con gli altri che verranno.  

Infatti i luoghi sopravvivono a noi, sono tracce di memoria e di relazioni, sono tracce di storia che noi possiamo recepire e ritrasmettere a nostra volta alle prossime generazioni.

Le abitazioni -le strutture recettive- sono progettate per sostare, per abitarle, fermandosi in esse, ma possono anche camminare, possono essere progettate per spostarsi esse stesse… comunque siano costruite, possono essere progettate per stimolare il cammino, per favorire connessioni con la bellezza.

Allora tutto si trasfigura e diventa strumento per lo sviluppo dell’intelligenza sociale, strumento e occasione di incontro, con valenza emotiva e sociale.

Chi cammina ha la consapevolezza di appartenere a un luogo più grande di quello in cui vive; chi cammina ha la consapevolezza di appartenere a una memoria più ampia di quella presente: raccoglie quella del passato, vive nel presente e la trasmette nel futuro.  

Il cammino acquista senso con le emozioni compartecipate e con le relazioni interpersonali. Tra noi e gli altri sussiste una correlazione empatica: la logica intrinseca del cervello è fortemente correlata e interconnessa al mondo esterno e agli altri.

Gli altri entrano e sono dentro di noi in tanti modi.

Fare gruppo condividendo pensieri ed emozioni, favorire il senso di appartenenza su valori condivisi, sviluppare la cooperazione a vari livelli contribuisce a innalzare quantitativamente e qualitativamente il livello di apprendimento sociale e individuale.

Nei cammini nascono e si scrivono storie, autentici “social reality”; nei crocevia dei cammini ci si scambia umanità e cultura.

La storia non viene fatta solo dall’individuo ma anche dal gruppo, dalla comunità.

Se qualcuno arriva al traguardo è perché molti hanno contribuito.

Un detto popolare recita: “La croce di un campanile è sorretta da numerose pietre”.

Marco Aurelio scriveva: “Ciò che non è utile e non fa bene allo sciame, non fa bene né è utile all’ape”.

Per cui progettiamo strade che invitino al cammino, che non siano strade solo di passaggio, di trasferimento…

Noi possiamo camminare verso luoghi e persone che ci hanno aspettato o ci aspettano da tempo: nel buon cammino non ci si trova, ci si riconosce!  Riconosciamo noi stessi e chi incontriamo…

Soprattutto i bambini e i ragazzi… e pure gli adulti nel cammino imparano il valore di prendersi le proprie responsabilità, il valore della fatica, dell’esplorazione e della scoperta…

Fino a giungere alla scoperta della bellezza e della felicità compartecipata emotivamente.

Non c’è nulla di più urgente di un buon cammino da fare assieme!

Perciò ai vostri bambini, ai vostri ragazzi, ai vostri figli, ai vostri amici, a chi volete bene… regalate un buon cammino!

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