Tonino Porzio, L’oceano in un bicchiere

Al suo esordio come scrittore, Tonino Porzio regala ai lettori la possibilità di avvicinarsi alla realtà di un quartiere difficile senza però restare incastrati nei confini del feudo bagnolese. La soglia para testuale sembra introdurre il lettore in un posto lontano, un luogo fisico da dove si possa guardare l’oceano; invece egli si ritrova sul tetto di una casa popolare, dove si stende il bucato, si consumano amori adolescenziali tra una birra una sigaretta e un po’ di acqua di mare, un mare e non un oceano che si staglia con fatica dietro le ciminiere dell’Italsider.

Tonino Porzio, L'oceano in un bicchiere

La storia scritta da Tonino Porzio è quella  “di gente comune che non ha un cazzo da fare tranne che vivere” ed è fatta di nomi e cognomi noti, che riecheggiano nella mente di chi legge alla stregua di un déjàvu; una topografia riconoscibile per grandi linee, esercizi commerciali che hanno cambiato destinazione d’uso, giochi di carte (rigorosamente napoletane) che i nostri figli neppure conoscono. Un insieme di dati, forse un tesoro, recuperabile solo grazie alla memoria della generazione precedente. Il lettore, però, pur essendo legato al filo della narrazione, non resta intrappolato tra il pontile nord e il mostro con cui questo quartiere fa i conti da troppi lustri, presente ancora nel nostro panorama nonostante la dismissione; quanto descritto da Porzio potrebbe chiamarsi Porta San Gennaro, Sanità, Borgo Sant’Antonio e la storia non cambierebbe. Sarebbe sempre  la storia dello stesso vicolo, della stessa fame, della stessa rassegnazione.

La storia di Pietro, intelligente e curioso, che parla poco e non si deprime per essere nato a Via Cupa Capano potrebbe essere la storia di Gennaro di Via  Foria o di Giovanni del Pallonetto di Santa Lucia; la differenza non sta nel nome delle strade, ma nelle scelte che i Pietro di questa città fanno, quando la Vita li sbatte in mezzo al bivio. In buona sostanza, un romanzo di formazione in cui il protagonista dice si alla Vita senza sottrarsi mai, optando per il Male pur conservando dentro di sè la forza di un amore a tratti poco comprensibile. Qui i buoni diventano cattivi ma mai cinici,  e quelli che dovrebbero recitare la parte dei cattivi sanno, invece, stupire il lettore con atti di generosità insospettabile, pagandoli di persona.

Il ritmo del libro rasenta la perfezione: scandito da un metronomo che parte lento, aumenta la sua oscillazione in maniera crescente ma sempre costante, senza scatti repentini che disturbino la lettura; persino i fatti più efferati e dolorosi trovano, grazie alla felice mano dell’autore, il loro tempo, il loro giusto tempo. Il linguaggio di Tonino Porzio, infine,  è  divertente, leggero, lineare, e i corsivi dialettali rimandano, soprattutto per i lettori più affezionati di Salvo Montalbano, allo stesso uso che, del vernacolo, fa Andrea Camilleri.

“Rinnegare il passato è come cercare di mettere l’oceano in un bicchiere”.

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